Il cda di The Italian Sea Group si spacca, dopo Menchelli e Carniani lascia anche la consigliera Tadini. Il Titolo affonda a Piazza Affari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La tempesta finanziaria e societaria che si è abbattuta su The Italian Sea Group, il colosso della nautica di lusso con sede a Marina di Carrara, ha subito una brusca accelerazione nelle ultime quarantotto ore, con le dimissioni in massa di una parte rilevante del consiglio di amministrazione e un conseguente crollo del titolo in Borsa che ha assunto i contorni di una emorragia. Dopo l’annuncio, nella giornata di venerdì, della rinuncia alle cariche da parte del presidente Filippo Menchelli e del vicepresidente Marco Carniani, figura quest’ultima chiave in quanto anche dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari ai sensi di legge, è giunta a stretto giro di posta la comunicazione della consigliera indipendente Laura Angela Tadini, che ha formalizzato il proprio addio con effetto immediato.

Le motivazioni alla base di queste uscite, che lasciano l’amministratore delegato e fondatore Giovanni Costantino sostanzialmente solo al timone di un’azienda con 1.500 posti di lavoro nell’indotto e centinaia di dipendenti diretti in agitazione, rivelano una frattura insanabile ai vertici della società quotata su Euronext Milan. Menchelli e Carniani, come si legge nelle rispettive lettere di dimissioni, hanno dichiarato di agire a tutela della propria onorabilità e professionalità, contestando integralmente quanto riferito dallo stesso Costantino durante il consiglio di amministrazione dello scorso 18 febbraio. Un passaggio, quest’ultimo, che secondo i dimissionari sarebbe stato verbalizzato in maniera non conforme in merito al punto all’ordine del giorno dedicato all’informativa sulla situazione finanziaria, una situazione che aveva già portato pochi giorni prima a un profit warning e a una iniezione di liquidità da 25 milioni di euro da parte della holding di controllo di Costantino, la GC Holding.

La posizione della Tadini, che era membro del Comitato Controllo Rischi e Sostenibilità e del Comitato Nomine e Remunerazioni, aggiunge un ulteriore tassello a un quadro di crescente isolamento per la governance del gruppo. Nel suo atto di rinuncia, la consigliera ha spiegato di aver maturato una divergenza di vedute con il resto del board in merito alle modalità operative più idonee per affrontare la crisi; nello specifico, la sua contrarietà riguardava la nomina del nuovo datore di lavoro in sostituzione del dimissionario Menchelli, una procedura sulla quale non è stato possibile raggiungere una soluzione condivisa, portandola a ritenere non più proficua la prosecuzione del mandato.

Una guerra di carte bollenti e le accuse incrociate sulla gestione

L’atmosfera, all’interno dei cantieri toscani e nelle stanze dei bottoni, si è fatta rovente. Non si tratta, evidentemente, di semplici avvicendamenti tecnici, ma di una resa dei conti che assume i toni di una vera e propria guerra legale e dichiarativa. Da un lato, Menchelli e Carniani hanno non solo contestato la versione dei fatti fornita dall’AD, ma hanno anche annunciato l’intenzione di procedere con una verifica autonoma sulla corretta gestione della società da parte di Costantino negli ultimi anni, riservandosi di rendere note le relative risultanze al termine di questa attività ispettiva condotta per conto proprio. Carniani, peraltro, ha specificato di aver rassegnato le dimissioni per giusta causa con specifico riferimento al suo ruolo di dirigente preposto, un dettaglio che getta più di un’ombra sull’affidabilità dei flussi informativi contabili.

Dall’altro lato, la risposta di The Italian Sea Group non si è fatta attendere ed è stata altrettanto dura. La società, per bocca dei suoi organi, ha diffuso una nota in cui si precisa di stare procedendo a un puntuale accertamento dei fatti evocati dai dimissionari, al termine del quale si valuteranno tutte le iniziative necessarie a tutela degli interessi aziendali e degli azionisti. Ma il passaggio più significativo, e che lascia presagire scintille in aula, è la contestazione ferma e integrale delle motivazioni addotte da Menchelli e Carniani: la società le ritiene infondate e non rispondenti al vero, sostenendo che la ricostruzione degli ex dirigenti non corrisponda all’effettivo andamento delle vicende gestionali e societarie.

Il tracollo in Borsa e la fiducia degli investitori ai minimi storici

Mentre il consiglio si sfalda e le accuse volano, la risposta del mercato è stata spietata e immediata, fotografando meglio di qualsiasi analisi il livello di sfiducia che avvolge la vicenda. Il titolo The Italian Sea Group, già pesantemente provato nelle settimane precedenti, ha visto accelerare la propria discesa verso il baratro. Dopo il tonfo di oltre il 34% registrato all’indomani dell’annuncio degli extra budget e del finanziamento soci, la comunicazione delle dimissioni dei vertici ha aperto una nuova voragine. Nella seduta di venerdì, il titolo ha chiuso con un crollo superiore all’8%, portandosi attorno ai 2,02 euro per azione, un valore che rappresenta un minus di oltre il 72% se rapportato ai massimi toccati solo dodici mesi prima.

Numeri da capogiro che certificano lo stato di salute percepito dal mercato per un’azienda che, fino a pochi mesi fa, era considerata un gioiello del made in Italy e che oggi si trova a dover fronteggiare non solo una crisi di liquidità e produttiva legata agli sforamenti di costi sulle commesse, ma anche una crisi di governance senza precedenti. La nomina dello stesso Giovanni Costantino a nuovo presidente del consiglio di amministrazione in sostituzione del dimissionario Menchelli, deliberata all’unanimità dal residuo cda, appare una mossa necessaria per garantire la continuità formale dell’organo, ma rischia di apparire agli occhi degli investitori come una ulteriore concentrazione di potere in un momento in cui la richiesta, implicita nelle dimissioni degli altri consiglieri, era semmai quella di un maggior controllo e di una discontinuità.

I riflessi sul fronte sindacale e l’ombra della prefettura

Parallelamente alla bufera giudiziaria e finanziaria, la tensione resta altissima anche sul versante operaio e sociale. Le organizzazioni sindacali Fiom, Fim e Uilm, che nei giorni scorsi hanno già proclamato uno sciopero e manifestato davanti ai cancelli dell’azienda, avevano programmato un incontro cruciale con la dirigenza per il prossimo 3 marzo, un appuntamento che ora, alla luce dello tsunami ai piani alti, assume un significato ancora più incerto e potenzialmente esplosivo. I lavoratori, che lamentano ritardi nel pagamento degli stipendi, mancati versamenti del Tfr e della sanità integrativa, guardano con apprensione a questa guerra tra capitani, chiedendo certezze sul futuro occupazionale e sulla tenuta di un polo industriale che muove un indotto imponente.

A complicare ulteriormente il quadro, sebbene non si tratti di veri e propri sviluppi giudiziari in senso stretto, è l’attivismo delle istituzioni locali: la sindaca di Carrara, Serena Arrighi, ha formalmente richiesto la convocazione di un tavolo urgente in Prefettura, un tentativo evidente di sedare gli animi e monitorare una vertenza che rischia di avere contraccolpi pesantissimi su un intero territorio, con i 1.500 lavoratori dell’indotto che rappresentano la punta di un iceberg fatto di piccole e medie imprese fornitrici.

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