Le “lune a colori” della Nasa che in realtà non vengono dalla missione Artemis II

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è un dettaglio, nella ridda di pixel che sta impazzando sui social in questi giorni, che meriterebbe una riflessione più attenta. Le immagini, lo si capisce subito, sono di una bellezza ipnotica: la Luna, quella che siamo abituati a vedere come un disco grigio e spettrale, si accende improvvisamente di tinte violacee, di arancioni bruciati e di un blu profondo quasi elettrico. Questo “basta grigio, vogliamo una Luna a colori” sembra essere il grido muto che accompagna la condivisione di questi scatti, tutti – o quasi – dedicati idealmente alla missione Artemis II. La genesi del fenomeno, però, è molto più terrena di quanto si possa credere, perché quelle immagini, per quanto spettacolari, non sono affatto il prodotto ufficiale del ritorno dell’uomo nel profondo spazio.

Un arcobaleno artificiale lontano anni luce dalla realtà della missione

Il meccanismo, come spesso accade nell’era della viralità istantanea, si regge su un equivoco di fondo. Tutto parte dagli scatti originali della Nasa, i quali mostrano la superficie lunare con una precisione tecnica straordinaria ma con quella fedeltà cromatica che la rende, oggettivamente, piuttosto spenta agli occhi di un non addetto ai lavori. Invece di restare immobili nelle banche dati ufficiali, queste basi di partenza vengono prese dagli utenti e trasformate in qualcosa di radicalmente nuovo; una metamorfosi che ha portato un fotografo astrofilo, Ildar Ibatullin, a vedere le proprie fatiche creative viaggiare sotto mentite spoglie. Lui, che ha realizzato quelle composizioni partendo da decine di gigabyte di dati grezzi catturati dalla Terra con un telescopio riflettore, ha spiegato che i colori accesi – come il rosso dell’ossido di ferro e il blu del titanio – non sono altro che un’elaborazione volta a rivelare la composizione minerale, una “saturation enhancement” che non corrisponde alla visione a occhio nudo. Eppure, nonostante la verità sia a portata di clic, i post che le accompagnano continuano a citare la missione in corso, confondendo l’opera d’arte concettuale con il dato grezzo di una costosa esplorazione spaziale.

La conferma della Nasa e l’eterno fascino del “lato oscuro”

A fare chiarezza è stata la stessa agenzia spaziale statunitense, sebbene in modo piuttosto secco: la portavoce Jennifer Dooren ha sottolineato che le uniche immagini ufficiali della missione risiedono esclusivamente sui canali istituzionali come Nasa.gov, e che quelle virali non compaiono in nessuna di quelle rassegne stampa. Un polverone, quindi, che si alimenta di un fraintendimento collettivo ma che riaccende comunque i riflettori su un tema che ha sempre affascinato l’immaginario collettivo: il cosiddetto “lato oscuro”. Le nuove foto, quelle vere, confermano infatti un concetto che la scienza ha chiarito da decenni: non esiste un lembo di suolo lunare su cui non batte mai il sole. Già nel 1959, la sonda sovietica Luna-3 mostrò per la prima volta quella faccia “nascosta” – nascosta solo alla nostra vista, certo, non alla luce – e le attuali orbite di Artemis II non fanno che ridare nitidezza a un volto che, in realtà, conosciamo piuttosto bene.

Perché i crateri sono tanti e perché la Terra li “cancella”

Questa ridda di colori fasulli, tuttavia, ha riportato in auge anche una curiosità scientifica legittima. Perché la Luna è così martoriata da crateri mentre la Terra, che è molto più grande e quindi offre una superficie d’impatto maggiore, non mostra gli stessi segni? A logica, il nostro pianeta dovrebbe subire più collisioni. La risposta non è nella protezione divina, ma nella geologia e nella biologia. Il nostro satellite è un mondo “muto” dal punto di vista tettonico e privo di atmosfera: ogni sasso, grande o piccolo che sia, lo colpisce senza trovare ostacoli e resta lì, impresso per miliardi di anni. Sulla Terra, invece, l’erosione dell’acqua, del vento e la stessa attività delle placche tettoniche agiscono come instancabili “cancellatori” di traumi. Un cratere come quello del Meteor Crater in Arizona, giovanissimo in termini geologici, è una rarità perché di norma le cicatrici vengono ricoperte dalla vegetazione, sommerse dagli oceani o semplicemente consumate dal tempo. L’assenza di un’atmosfera, dunque, trasforma la superficie della Luna in una sorta di “verbale” indelebile degli impatti subiti nel Sistema Solare, mentre la Terra, vivace e mutevole, rinnova continuamente la propria pelle.

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