Ictus, la parte sana del cervello può ostacolare la ripresa: lo studio del Neuromed ribalta le prospettive
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Redazione Salute
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Per decenni, la neurologia ha concentrato i propri sforzi sulla zona cerebrale direttamente vulnerabile all'ictus, quel tessuto che l'ischemia danneggia in modo spesso irreversibile. Eppure, una ricerca condotta dal Laboratorio di Neurofarmacologia dell'Irccs Neuromed di Pozzilli, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Stroke, suggerisce che questa visuale, per quanto necessaria, potrebbe essere parzialmente riduttiva. Il sistema nervoso, nella sua complessa architettura, non funziona infatti come una somma di compartimenti stagni, ma piuttosto come una fitta rete di connessioni, un intreccio di segnali che viaggiano continuamente tra i due emisferi. Quando uno di questi viene colpito, l’altro, lungi dal rimanere inerte, modifica la propria attività, e può farlo in due modi: agevolando il recupero motorio del paziente o, al contrario, frapponendovi ostacoli significativi.
Proprio questo equilibrio, o meglio, questo squilibrio funzionale tra i due lati del cervello è il fulcro dell'indagine. I ricercatori, coordinati dal professor Ferdinando Nicoletti, docente di Farmacologia alla Sapienza di Roma, e in collaborazione con l'Università di Lund in Svezia e quella di Washington a St. Louis, hanno scoperto che l'emisfero controlaterale, quello cioè non direttamente leso, gioca un ruolo da protagonista. In particolare, dopo un danno ischemico, quest'area può andare incontro a un'ipereccitabilità, a un’attivazione eccessiva che, paradossalmente, finisce per creare un disequilibrio nelle reti neurali e interferisce con i meccanismi riparatori, rallentando di fatto la ripresa delle funzioni motorie.
Il ruolo dei recettori mGlu5 e la svolta della fotofarmacologia
Per comprendere come intervenire su questo meccanismo, il team guidato dalla dottoressa Federica Mastroiacovo, primo nome nello studio, ha concentrato l'attenzione su una specifica classe di proteine, i recettori metabotropici del glutammato di tipo 5, noti come mGlu5. Questi recettori, che risiedono sulla membrana dei neuroni, sono regolatori chiave della comunicazione cellulare e dei processi di plasticità sinaptica, quella fondamentale capacità del cervello di rimodellare le proprie connessioni in risposta a eventi esterni o danni. Attraverso l'uso della fotofarmacologia, una tecnica avanzata che permette di attivare o disattivare molecole farmacologiche con la luce in aree cerebrali estremamente circoscritte, gli scienziati hanno potuto operare con una precisione millimetrica.
I risultati, ottenuti su modelli animali, sono netti e in qualche modo controintuitivi. Bloccando selettivamente l'azione dei recettori mGlu5 proprio nell'area omotopica controlaterale, vale a dire nella regione dell'emisfero sano speculare a quella danneggiata, si è osservato un miglioramento significativo della funzione motoria. Al contrario, il medesimo intervento eseguito direttamente sulla zona lesionata non produceva effetti paragonabili. "La nostra ricerca – ha spiegato Mastroiacovo – ha mostrato che il recupero motorio dopo un ictus può essere influenzato in modo decisivo dall'emisfero cerebrale non colpito dalla lesione". È un cambio di paradigma che sposta l'asse dell'attenzione terapeutica: l'obiettivo, a questo punto, non sarebbe più solo riparare il danno, ma anche modulare l'attività di chi, quel danno, lo subisce indirettamente.
Un intervento mirato a prescindere dall'estensione del danno
La portata dell'innovazione, secondo quanto emerge dalla ricerca pubblicata su Stroke, risiede anche nella natura stessa dell'intervento. Si tratta di una strategia finalizzata al recupero funzionale che opera indipendentemente dall'estensione del danno ischemico e, potenzialmente, in aggiunta alle terapie di natura vascolare già in uso. Il professor Nicoletti ha sottolineato come i risultati identifichino con precisione il sito cerebrale necessario affinché il blocco dei recettori mGlu5 possa tradursi in un reale beneficio, evidenziando come l'emisfero controlaterale non sia uno spettatore passivo ma un attore partecipe nella riorganizzazione delle reti neuronali. Comprendere questi meccanismi, ha aggiunto, diventa essenziale per affinare interventi sempre più mirati nella fase che segue l'ischemia.
Dalla ricerca di base alle possibili applicazioni cliniche future
Va da sé che lo studio, per quanto promettente e solido nelle sue basi neurobiologiche, sia stato condotto su modelli animali e rappresenti un avanzamento nella conoscenza dei meccanismi della plasticità cerebrale post-ictus. La strada che porta dalla sperimentazione di laboratorio alla pratica clinica è lunga e richiede ulteriori approfondimenti per verificare se, e in che misura, questi risultati possano essere traslati in terapie efficaci per l'uomo. Tuttavia, la direzione tracciata dal Neuromed è chiara: il futuro del trattamento dello stroke potrebbe risiedere non solo nel curare la ferita, ma anche nell'impedire alla parte sana del cervello di reagire in modo scoordinato, trasformandola da potenziale ostacolo a un alleato prezioso nel cammino della riabilitazione.




