L’Italia dell’hockey femminile ai quarti contro gli Stati Uniti, fra radici abruzzesi e una falange canadese tutta maglie numero 82
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Il tabellone del torneo olimpico di hockey su ghiaccio femminile, al termine del girone, ha restituito all’Italia una certezza che ha il sapore della sfida impossibile: avversaria delle azzurre, ai quarti di finale, saranno gli Stati Uniti. La squadra a stelle e strisce, forte del netto 5-0 inflitto al Canada nella partita che ne ha sancito il primato nel Gruppo A, si presenta ora sulla pista di Milano Rho con il pedigree della favorita -1. Data e orario dell’incontro, quello che per la formazione di Eric Bouchard rappresenta il primo incrocio nella fase a eliminazione diretta della propria storia, rimangono ancora sub judice tra le fasce orarie delle 16.40 e delle 21.10 di venerdì o sabato. Una indeterminatezza logistico-organizzativa, quest’ultima, che non scalfisce però la consistenza del traguardo: le ragazze che vent’anni fa a Torino incassarono trentadue reti subite e ne realizzarono una sola hanno oggi ribaltato ogni pronostico, battendo prima la Francia e poi il Giappone, guadagnandosi il diritto di incrociare i bastoni con la superpotenza nordamericana -4-7-10.
Sugli spalti dell’Arena milanese, intanto, l’occhio cade su una macchia bianca compatta e rumorosa: sono in trentadue, indossano tutti la stessa maglia numero 82 e sulle spalle portano stampato il cognome Tutino. Hanno lasciato il Canada, sono volati a Milano in formazione serrata, adolescenti e anziani, studenti e lavoratori, cugini e cugine, fratelli e sorelle, padri, madri e nipoti, e adesso gremiscono le tribune per sostenere Kayla, la loro Kayla, attaccante nata a Montreal che aveva appeso i pattini al chiodo nel 2018, che si era reinventata allenatrice al College Dawson e poi alla McGill, e che dal telefono di Stéphanie Poirier, nell’estate del 2023, ricevette una chiamata capace di riaccendere la fiamma -2-8. Quel ritorno sul ghiaccio, prima come consulente e poi come giocatrice, l’ha portata a segnare il primo gol azzurro in questi Giochi contro la Francia, a rimettersi in gioco a trentatré anni e a ricomporre un frammento di storia familiare che attraversa l’oceano. Sua madre, italiana pura e duro, ha cresciuto Kayla parlandole in italiano, e oggi vede la figlia vestire proprio quella maglia che i nonni emigrati le hanno trasmesso per discendenza -8.
Da Colledara a Toronto, la carica dei parenti di Kristin Della Rovere
Non c’è soltanto il clan Tutino a raccontare la natura ibrida e profondamente identitaria di questa nazionale. Dalla provincia di Teramo, precisamente da Colledara, è partito idealmente l’abbraccio a Kristin Della Rovere, goleador classe 2000 nata a Toronto e cresciuta hockeisticamente nella NCAA americana prima di approdare alle Eagles Bolzano e dominare la European Women’s Hockey League con quarantotto punti in venti partite -6-9. Suo padre Fausto, abruzzese doc, e i nonni Aladino e Luigina hanno trasmesso alla ragazza non solo il cognome ma quel senso di appartenenza che oggi la porta a incidere nei momenti cruciali: il suo gol nella ripresa contro il Giappone ha blindato il 3-2, ha spento la rimonta nipponica e ha consegnato all’Italia l’accesso fra le otto grandi del panorama olimpico -7-10. La madre di Kristin, presente in tribuna, ha raccontato come i figli siano cresciuti respirando cultura italiana, con una tata che parlava la lingua dei nonni, e come vedere la propria ragazza pattinare sotto la bandiera azzurra rappresenti la sintesi perfetta di un percorso migratorio lungo generazioni -3.
La doppia vita delle azzurre, fra università e carriera oltre confine
La qualificazione storica, e qui il dato assume una profondità ulteriore, è stata costruita da un gruppo che di quella doppia nazionalità ha fatto un pilastro tecnico e valoriale. Otto le atlete naturalizzate provenienti dal Nordamerica, cinque delle quali nate in Canada e tre negli Stati Uniti, inserite in un contesto dove il livello del girone – Francia, Svezia, Germania e Giappone – imponeva standard ben superiori al diciassettesimo posto nel ranking mondiale detenuto dall’Italia -9. Ma la squadra di Bouchard, scrivevano in molti, alterna allenamenti ed esami universitari: Matilde Fantin, diciannovenne con tre reti all’attivo, frequenta la Penn State University ed è figlia d’arte, cresciuta in una famiglia che l’hockey lo respirava già con Damiano Fratin nei tempi d’oro dell’Hockey Como; la capitana Nadia Mattivi, reduce da una stagione da difensore dell’anno nella SDHL svedese con il Luleå, ha ammesso che dieci anni fa avrebbe riso di fronte all’ipotesi di un quarto di finale olimpico -5-9.
La sfida agli Stati Uniti e quella fiammella accesa sul ghiaccio di Rho
Adesso, sul ghiaccio dell’Ice Hockey Arena di Rho, arriva la formazione a stelle e strisce. Gli Stati Uniti hanno appena umiliato il Canada olimpico – privo della capitana Marie-Philip Poulin, ferma per infortunio – con un perentorio 5-0, hanno visto Hilary Knight eguagliare il record di punti di Jenny Potter, hanno celebrato il primo gol olimpico di Joy Edwards, prima giocatrice nera nella storia della nazionale americana di hockey -1. Eppure, per l’Italia, il solo fatto di incrociarle rappresenta una frontiera prima d’ora inesplorata. Il miracolo più autentico, forse, non risiede nemmeno nei due successi che hanno aperto le porte dei quarti, ma nella circostanza che una disciplina di nicchia, storicamente egemonizzata dai paesi nordamericani e scandinavi, abbia acceso nei frequentatori del palazzetto milanese quella fiammella fatta di cori, bandiere e maglie bianche comprate all’ultimo momento. Pazienza se il divario tecnico con le statunitensi appare siderale: le ragazze che arrivano dal Canada e dall’Abruzzo, da Montreal e da Colledara, hanno già ridisegnato i confini di ciò che era considerato possibile.




