Le basi Usa in Europa e l’ombra di un ridimensionamento: Germania prima, l’Italia tra i paesi più presidiati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La presenza militare statunitense nel Vecchio Continente, una struttura imponente che affonda le sue radici negli accordi post Seconda guerra mondiale, non era mai stata seriamente messa in discussione. Almeno fino all’arrivo (o, meglio, al ritorno) di Donald Trump alla Casa Bianca, ormai da più di un anno, il dispositivo che conta decine di migliaia di uomini – distribuiti in basi e installazioni strategiche – ha funzionato come un pilastro della sicurezza occidentale. Oggi, però, quell’architettura mostra i primi cedimenti: a cominciare dalla Germania, che ospita il contingente più numeroso, per arrivare all’Italia, risultata tra le nazioni più presidiate, insieme a Spagna e Regno Unito.

I numeri paese per paese e il nodo tedesco

Secondo le ultime rilevazioni ufficiali, la Germania continua a essere il cuore logistico delle operazioni americane in Europa, con circa 35mila soldati stanziati presso basi come Ramstein e Baumholder. Segue l’Italia, dove la presenza si aggira sui 12-13mila effettivi, distribuiti tra Aviano, Vicenza, Napoli e Sigonella; un ruolo cruciale, quest’ultimo, per la proiezione nel Mediterraneo e in Nord Africa. Poco più indietro il Regno Unito, con circa 9mila uomini, mentre Spagna e Turchia chiudono la graduatoria con rispettivamente 3mila e 2mila unità. Questi soldati – lo si ricorda – servono per garantire la difesa collettiva (l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico), gestire lo scudo missilistico e mantenere l’ombrello nucleare, senza dimenticare le missioni di addestramento e le basi di supporto per i teatri mediorientali.

La scintilla Iran, lo Stretto di Hormuz e il malumore di Trump

A far saltare il già fragile equilibrio, comunque, non è stata una questione europea ma una disputa lontana. Nei giorni scorsi, il presidente americano se l’è presa apertamente con gli alleati del Vecchio Continente, criticando la loro mancata adesione a una missione navale congiunta nello Stretto di Hormuz. La mossa, che rientra nella campagna militare avviata insieme a Israele contro l’Iran, è stata interpretata a Washington come un’inaccettabile diserzione. E infatti, proprio la scarsa collaborazione europea non è andata giù a Trump, il quale ha lasciato intendere che sia ora di riconsiderare il peso – e i costi – della protezione garantita agli europei.

Prima avvisaglia: il ritiro dalla Germania e l’annuncio di Hegseth

Il segnale concreto è arrivato poche ore dopo: il segretario della difesa Pete Hegseth, allineandosi alle direttive della Casa Bianca, ha ordinato il ritiro di circa 5mila soldati di stanza in Germania. Un’operazione che, stando alle comunicazioni ufficiali, si completerà nei prossimi sei-dodici mesi. Ma quella cifra, a quanto pare, è solo un acconto. Parlando ai giornalisti in Florida, Trump ha chiarito senza mezzi termini: «Ridurremo drasticamente. E la riduzione sarà ben superiore ai 5mila», senza tuttavia fornire dettagli ulteriori sulle tempistiche o sui reparti coinvolti. Una dichiarazione che ha fatto subito pensare a un effetto domino, con Italia e Spagna nel mirino di un possibile ridimensionamento dei rispettivi contingenti.

L’ipotesi Hormuz, la proposta di Teheran e il negoziato sul nucleare

Sullo sfondo di questa tensione, resta aperto il nodo dello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha subito un blocco navale americano. Secondo quanto riportato da Axios, citando fonti vicine alla trattativa, Teheran avrebbe avanzato una proposta articolata in quattordici punti: un mese di tempo per negoziare un accordo che preveda la riapertura del canale, mettendo fine al blocco militare Usa e alla guerra in Iran e in Libano. Solo dopo il raggiungimento di questa intesa (si legge ancora) sarebbe avviato un secondo negoziato, stavolta mirato a trovare una quadra sul programma nucleare iraniano. Un’eventuale intesa potrebbe alleggerire le pressioni su Washington, ma difficilmente cambierebbe la linea europea, già giudicata insufficiente dal presidente americano. E intanto, i soldati – quelli ancora destinati a rimanere – continuano a presidiare basi e porti, in attesa di sapere se il loro futuro sarà ancora in Europa o altrove.

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