Decreto bollette all'esame del Cdm, il meccanismo degli Ets spostato in bolletta e la pioggia di critiche da imprese e agricoltori
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Redazione Interno
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Dopo mesi di rinvii e complesse mediazioni tecniche, il decreto legge studiato per alleggerire il costo dell'energia elettrica per famiglie e imprese si appresta a tagliare il traguardo del Consiglio dei ministri, portando con sé un carico di aspettative ma anche di forti perplessità da parte di diverse categorie produttive. Il cuore del provvedimento, stando alla bozza in circolazione, poggia su un meccanismo controintuitivo che mira a separare il prezzo dell'elettricità da quello del gas, intervenendo sulla componente Ets, ovvero il sistema europeo di scambio di quote di emissione di anidride carbonica -1. L'idea, elaborata dai tecnici del ministero dell'Ambiente e della sicurezza energetica, è quella di rimuovere gli oneri legati alle emissioni e al trasporto del gas dai bilanci dei produttori termoelettrici – che utilizzano il metano – per trasferirli direttamente sulle bollette dei consumatori finali. Un'operazione che a prima vista sembrerebbe penalizzante, ma che punta ad abbassare il prezzo all'ingrosso dell'energia: se il gas costa meno alle centrali, queste determinano un Prezzo unico nazionale più basso, avvantaggiando di riflesso tutta l'elettricità immessa in rete, inclusa quella da fonti rinnovabili -1-9. La scommessa è che il risparmio sul prezzo dell'energia compensi, e anzi superi, l'aggravio della nuova voce in bolletta, ma la partita è irta di incognite e l'ultimo comma dell'articolo 5 subordina l'intera operazione alla preventiva autorizzazione della Commissione europea, che già in passato ha mostrato scarsa propensione a modifiche che possano alterare il mercato del carbonio -1-9.
Il fronte delle piccole imprese e l'allarme della Cna
Proprio mentre il governo cerca di mettere a punto la quadratura del cerchio, il tessuto delle micro e piccole imprese italiane alza la voce denunciando un peso energetico divenuto ormai insostenibile. La Cna, attraverso i suoi rappresentanti territoriali, parla di costi sproporzionati che gravano in maniera assai più pesante sulle realtà minori rispetto ai grandi gruppi industriali: una microimpresa può arrivare a pagare circa 70 euro per megawattora contro i 6-14 euro sostenuti dalle aziende energivore, le quali possono contare su agevolazioni e meccanismi di tutela ben più consistenti -2. Il segretario Cna Fermo, Andrea Caranfa, ha sottolineato come gli oneri generali di sistema incidano in modo squilibrato, limitando la competitività di negozi, botteghe artigiane e piccole attività produttive che già devono fare i conti con un contesto economico complesso, segnato dal rallentamento della domanda interna e dalle tensioni internazionali -2. A questo si aggiunge la critica di Confartigianato, che giudica il testo peggiorativo rispetto alle bozze precedenti, in particolare per la previsione di un allungamento dei tempi di pagamento degli oneri fino a dieci anni con un tasso d'interesse del 6 per cento: un meccanismo che, secondo la Confederazione, riduce il costo annuale in apparenza ma aumenta l'esborso complessivo reale per i consumatori, stimato attorno ai dieci miliardi di euro, trasformando di fatto le piccole imprese in un bancomat a cui attingere per finanziare lo sconto immediato -4.
Le rimostranze del mondo agricolo sul biogas
Sul versante agricolo, poi, le perplessità si addensano attorno al futuro del biogas, considerato una risorsa strategica per le rinnovabili e per l'economia dei territori, in particolare per il comparto zootecnico. Il presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, ha lanciato un appello affinché il decreto non penalizzi questa filiera, chiedendo che venga rivisto il plafond destinato ai Prezzi minimi garantiti (Pmg) per gli impianti a biogas che arrivano al termine del periodo di incentivazione -3. Anche Confagricoltura, per bocca del presidente della Federazione Nazionale Bioeconomia, Alessandro Bettoni, avverte che la progressiva riduzione dei Pmg fino al loro azzeramento rischia di compromettere la copertura dei costi per gli impianti di piccole dimensioni, i quali, non avendo alternative produttive o la possibilità di riconvertirsi a biometano a causa dei lunghi tempi autorizzativi e dell'incertezza sugli incentivi post-Pnrr, si troverebbero costretti a cessare l'attività -3. Il timore, condiviso da più sigle agricole, è che si sacrifichi una produzione elettrica rinnovabile e interamente nazionale – quella derivante da effluenti zootecnici e residui agricoli – per effetto di una manovra che, pur di ridurre gli oneri generali, finirebbe per impoverire il tessuto produttivo delle aree interne e il presidio del territorio che queste aziende garantiscono -3-7.
Le incognite del meccanismo e lo scontro tra i produttori
Il quadro si complica ulteriormente per le resistenze che arrivano dagli stessi operatori energetici e da alcuni territori. Da un lato, i produttori di energia da fonti rinnovabili, come l'idroelettrico, l'eolico e il solare, vedono nel provvedimento un possibile taglio delle loro rendite: un prezzo all'ingrosso più basso, determinato dal minor costo del gas, ridurrebbe i loro ricavi, portando aziende come Enel e A2a a perdere terreno in Borsa e a temere per il ritorno degli investimenti programmati -5-9. Dall'altro lato, la Regione Lombardia, a guida leghista, ha espresso forte contrarietà perché il meccanismo nazionale rischierebbe di vanificare l'accordo regionale appena siglato con Federacciai, Edison e A2a per la cessione a prezzo calmierato del 15 per cento della produzione idroelettrica alle imprese energivore locali, il cosiddetto “idro-release” -5-9. La complessità del decreto, insomma, sta nel dover contemperare spinte contrapposte: quella dei produttori termoelettrici che vedrebbero riconosciuti i rimborsi per gli Ets, quella dei produttori green che temono di perdere marginalità, quella delle grandi industrie energivore che già usufruiscono di agevolazioni e quella delle piccole imprese e degli agricoltori che chiedono misure strutturali e non più rinviabili.
Mentre il testo è atteso in Consiglio dei ministri, le interlocuzioni con le Regioni e le categorie proseguono serrate, ma gli spazi di manovra appaiono stretti: ogni modifica rischia di rompere gli equilibri faticosamente raggiunti tra la necessità di abbassare le bollette e quella di non stravolgere il mercato, in attesa del parere vincolante di Bruxelles su una materia, quella dei permessi a inquinare, che l'Unione Europea considera un pilastro irrinunciabile del Green Deal -1-9.




