Il decreto bollette, quel meccanismo perverso che sposta il costo della CO2 dai produttori ai consumatori (e che piace a pochi)

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dopo mesi di annunci e rinvii tecnici, il decreto bollette è pronto per l’esame del Consiglio dei ministri, ma il testo che arriva in aula porta con sé un carico di polemiche trasversali che difficilmente si plachere con una semplice fumata bianca. Al centro della mischia, e in particolare all’articolo 5 della bozza, c’è un meccanismo che ribalta l’attuale struttura del mercato elettrico: spostare gli oneri del sistema Ets – quello dedicato allo scambio di quote di emissione di anidride carbonica – dai bilanci dei produttori che bruciano gas a quelli dei consumatori finali. L’obiettivo dichiarato, va detto, è nobile sulla carta, ovvero quello di disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas, tagliando i costi all’ingrosso e, si spera, le bollette di famiglie e imprese. Ma la strada per l’inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni, e in questo caso a farne le spese potrebbero essere soprattutto i produttori di energia da fonti rinnovabili, quelli che oggi beneficiano di una rendita di posizione non indifferente.

Il nodo Ets e la resa dei conti con le rinnovabili

Il ragionamento del governo, guidato da Giorgia Meloni, poggia su una logica matematica piuttosto lineare, seppur di complessa attuazione. Oggi il Prezzo unico nazionale dell’energia è determinato dall’ultima centrale accesa per soddisfare la domanda, solitamente quella a gas, che ha i costi di produzione più alti. Su questi costi gravano per circa 25-30 euro a megawattora le quote Ets, una sorta di tassa europea sull’inquinamento che i produttori termoelettrici devono pagare. L’idea, contenuta nel decreto, è quella di rimborsare questi costi ai produttori, togliendoli dalla loro contabilità industriale e trasferendoli come voce passante in bolletta. Il risultato? Il prezzo all’ingrosso calerebbe, avvantaggiando tutti gli acquirenti, ma i produttori da fonti rinnovabili – che non pagano gli Ets – vedrebbero crollare i loro ricavi, vendendo l’energia a un prezzo più basso senza ricevere alcun ristoro. Da qui la levata di scudi di Agostino Re Rebaudengo, presidente di una società di produzione green ed ex numero di Elettricità Futura, che ha paventato un impatto dirompente sugli investimenti programmati, quasi fosse un incentivo mascherato all’utilizzo del gas a discapito delle fonti pulite -1.

Le micro imprese e l’effetto ottico degli oneri di sistema

Se i grandi produttori di rinnovabili temono per i loro margini, le piccole e medie imprese gridano allo scandalo per quello che definiscono un vero e proprio effetto ottico. Confartigianato, in particolare, ha puntato il dito contro la rimodulazione degli oneri generali di sistema prevista dalla bozza. L’allungamento dei tempi di pagamento di questi oneri fino a dieci anni, con un tasso di interesse del 6%, riduce sì l’importo annuale della bolletta, ma aumenta l’esborso complessivo per i consumatori, quantificato in circa dieci miliardi di euro -1. A questo si aggiunge il fatto che i benefici della rimodulazione si applicano solo alle utenze non domestiche con potenza superiore ai 16,5 chilowatt, escludendo di fatto migliaia di micro-attività come carrozzieri, parrucchieri o piccoli laboratori artigianali, mentre vengono ammesse le grandi industrie in media e altissima tensione -5.

Lo scontro con la Lombardia e la partita europea

Le tensioni non si limitano al mondo produttivo, ma coinvolgono direttamente anche gli enti territoriali, con la Regione Lombardia che gioca un ruolo da protagonista nel chiedere modifiche sostanziali. Il motivo è da ricercarsi nell’articolo 3 del decreto, quello che introduce disposizioni per promuovere la contrattazione di lungo termine dell’energia da fonti rinnovabili, ma che di fatto rischia di mandare all’aria l’accordo siglato venerdì scorso a livello locale sulla cessione del quindici per cento della produzione idroelettrica a prezzi calmierati per le imprese energivore. I produttori lombardi temono un vero e proprio esproprio, vedendo vanificati investimenti già programmati a fronte di prezzi amministrati che si annunciano poco remunerativi -7.

Il quadro, già di per sé complesso, si infrange però contro un ostacolo forse insormontabile: Bruxelles. Il meccanismo che modifica l’applicazione degli Ets richiede infatti una preventiva autorizzazione della Commissione Europea, dato che tocca un sistema di regolamentazione centralizzato. Ursula von der Leyen, solo la scorsa settimana, ha ribadito come le tariffe di rete e le tasse locali pesino spesso più del costo delle quote di emissione, difendendo l’impianto generale del sistema Ets -1. Forza Italia, dal canto suo, sta spingendo per ottenere una deroga che eviti una procedura d’infrazione per aiuti di Stato, ma il tempo stringe e la riunione decisiva a Palazzo Chigi è ormai imminente.

Bonus sociali e contributi una tantum per le famiglie

Mentre il fronte delle imprese è in subbuglio, il capitolo famiglie appare leggermente più definito, sebbene non immune da critiche. La bozza prevede uno stanziamento di 315 milioni di euro per erogare un contributo straordinario di novanta euro – che qualcuno spera possa diventare cento – a quelle famiglie che già beneficiano del bonus sociale, quelle con Isee inferiore a 9.796 euro. Per i nuclei con Isee fino a venticinquemila euro, invece, si apre una possibilità più aleatoria: potranno ricevere uno sconto sull’acquisto di energia, ma solo a discrezione del venditore e a patto che i consumi rimangano sotto certe soglie -2. Un meccanismo, quest’ultimo, definito grottesco dalle associazioni dei consumatori: Marco Vignola, vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori, ha ricordato come il contributo straordinario del 2025 fosse pari a duecento euro, più del doppio rispetto ai novanta oggi in discussione, e come lasciare ai venditori la facoltà di abbassare i prezzi appaia quasi uno scarico di responsabilità da parte del governo -1.

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