Alzheimer, otto marcatori per predire la malattia (e la “scheda” italiana che anticipa i tempi)
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Redazione Salute
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Non sono ancora malati di Alzheimer, ma potrebbero diventarlo. Accusano piccoli segnali, avvertono che la demenza sta aggredendo le loro facoltà, eppure sembrano ancora in grado di svolgere una vita autonoma. Perché oggi, va detto, nessuna Pet o risonanza magnetica, né tantomeno un elettroencefalogramma, riesce a predire in modo efficace il rischio di sviluppare una forma grave di demenza come l’Alzheimer. È in questo campo, quello della previsione prima che i sintomi devastino la memoria, che ha indagato lo studio “Interceptor”, il cui modello matematico – capace di stimare con una predittività che supera l’82% la probabilità di ammalarsi entro tre anni – è stato validato sulla prestigiosa rivista “Alzheimer’s & Dementia”.
L’anello debole della memoria: il peso del milione di casi di MCI
Con l’avanzare dell’età, e in particolare tra i 50 e i 60 anni, il cervello umano cambia ritmo, rallenta. Molte persone iniziano a sperimentare un calo delle prestazioni cognitive che rientra nel cosiddetto Mild Cognitive Impairment (MCI), una sorta di terra di nessuno tra la fisiologia e la patologia. Nel nostro Paese questo problema riguarda quasi un milione di individui, rappresentando il bacino da cui ogni anno emergono oltre centomila nuovi casi di demenza. Lo studio, coordinato dal professor Paolo Maria Rossini (direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele di Roma), ha coinvolto una fitta rete di collaborazioni scientifiche: dall’Istituto Superiore di Sanità al Policlinico Gemelli, passando per gli Irccs Neurologico Besta, San Raffaele di Milano e Fatebenefratelli di Brescia.
Oltre il singolo esame: la forza della combinazione
Nessuno di questi strumenti, se usato da solo, sarebbe stato in grado di fornire una risposta certa. I ricercatori hanno invece elaborato una vera e propria “scheda” di valutazione, incrociando dati apparentemente distanti tra loro. Da un lato, la clinica: età, sesso, familiarità per la demenza e il livello di autonomia nelle attività quotidiane. Dall’altro, una serie di biomarcatori di precisione che includono la volumetria dell’ippocampo (osservata tramite risonanza magnetica), il metabolismo energetico del cervello (tramite Pet-Fdg), la connettività cerebrale (dall’Eeg) e, non meno importante, il rapporto tra le proteine beta-amiloide e tau nel liquido cerebrospinale. Sono questi otto marcatori, combinati insieme, a fornire la fotografia del rischio.
Il modello predittivo e l’attesa per i nuovi farmaci
Il progetto, nato nel 2018 da un bando indipendente finanziato dall’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) in collegamento con il ministero della Salute, ha seguito oltre trecento volontari con declino cognitivo lieve per circa tre anni. I dati hanno rivelato che la progressione verso la demenza è più frequente nel secondo anno di osservazione. L’accuratezza del modello, che parte da un base clinica del 72%, è destinata a salire di dieci punti percentuali quando si aggiungono gli esami strumentali. In un momento storico in cui la comunità scientifica attende la diffusione su larga scala di anticorpi monoclonali come il Lecanemab (farmaci che ripuliscono il cervello dalla beta amiloide ma che costano decine di migliaia di euro a paziente), disporre di un filtro come “Interceptor” diventa decisivo per evitare terapie costose a chi non ne trarrebbe beneficio, concentrando invece le risorse su chi, realmente, rischia di perdere la memoria nei successivi trentasei mesi.




