La guerra in Iran stringe la morsa su energia, carburanti e prezzi: lo Stretto di Hormuz è un campo minato

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha già prodotto quella che il Fondo monetario internazionale e l’Agenzia internazionale dell’energia, in dichiarazioni separate ma convergenti, non esitano a definire come la peggiore crisi energetica della storia recente. Il blocco dello Stretto di Hormuz – un passaggio chiave, incastonato tra l’Iran e l’Oman – sta infatti soffocando il traffico di gas naturale e petrolio, mentre i bombardamenti alle infrastrutture nel Golfo Persico ne minacciano la stessa produzione. Attraverso quel lembo di mare, lo si ricordi, passa circa un quinto dell’intero petrolio mondiale e quasi un terzo dei fertilizzanti scambiati a livello globale. Oggi, però, Hormuz è un campo di battaglia nel senso più letterale: mine navali posate dalla marina iraniana, droni e missili lanciati contro qualunque nave tenti l’avvicinamento, e richieste di pedaggi di transito che la comunità internazionale – se si esclude il fronte dei diretti belligeranti – considera illegittimi.

Come il conflitto nel Golfo ridisegna i mercati globali

La chiusura di fatto dello stretto ha innescato una reazione a catena i cui effetti, ormai evidenti, vanno ben oltre il prezzo del petrolio greggio. Energia, materiali da costruzione, trasporti marittimi e aerei, chimica di base e utilities: pochi settori restano immuni da questa morsa. Né si tratta di una pressione uniforme. Fidelity International, sollecitando i propri analisti a fare il punto della situazione, ha messo in luce come la crisi stia già modificando gli equilibri di filiere intere, con i Paesi importatori netti – molti dei quali europei e asiatici – che ne stanno subendo le conseguenze più aspre. I rincari dei carburanti, arrivati ormai ai listini dei distributori, fanno da traino a una nuova ondata di caro-vita: i prezzi al consumo, fotografati in tempo reale dalle rilevazioni giornaliere, mostrano aumenti a doppia cifra per beni di prima necessità, trasporti e riscaldamento.

Non solo benzina: l’elio per le risonanze magnetiche e i microchip rischiano di far collassare le liste d’attesa

Le ricadute della guerra in Iran, però, non si esauriscono sul fronte energetico né sull’autostrada che si paga al supermercato. Nelle prossime settimane – avvertono gli osservatori del settore sanitario – il conflitto potrebbe colpire duramente anche il sistema della sanità pubblica e privata. Si prenda il caso dell’elio liquido, fondamentale per raffreddare i magneti superconduttori nelle risonanze magnetiche: gran parte di quel gas, prima del blocco, transitava proprio attraverso il Golfo Persico. La carenza si sta già traducendo in macchine ferme, esami rimandati e liste d’attesa destinate ad allungarsi ulteriormente. Ma non è finita qui. Qualunque apparecchiatura che richieda l’uso di un microchip – e quindi di un computer – rischia di subire ritardi nella manutenzione e nei ricambi. Dalla semplice ecografia (che pure si affida a componenti elettronici sempre più sofisticati) alla mammografia, fino ai sistemi di terapia intensiva: una lunga lista di prestazioni, ognuna delle quali vede lievitare i costi di gestione e, di conseguenza, i possibili ticket a carico dei pazienti.

Tra mine navali e pedaggi illegali, l’economia globale trattiene il fiato

C’è uno stretto, ormai lo si capisce, che in questi giorni decide le sorti dell’economia mondiale. E non si tratta di una metafora. L’Iran, bloccando di fatto il transito, ha trasformato Hormuz in una trappola logistica: chi prova ad avvicinarsi rischia una mina o un missile, chi accetta di negoziare si vede chiedere pedaggi che nessun trattato internazionale riconosce come legittimi. Il risultato è una stretta creditizia sul commercio globale, con le assicurazioni marittime che hanno moltiplicato i premi per le navi in transito – quando non le hanno escluse del tutto dalla copertura. Le materie prime energetiche, così come i fertilizzanti indispensabili per l’agricoltura, non arrivano più a destinazione con la regolarità di un mese fa. E i prezzi, dal gasolio per i camion al polietilene per gli imballaggi, continuano a salire. Senza che allo stato attuale si intraveda una soluzione diplomatica capace di riaprire quella porta d’acqua.

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