Crisi energetica, l’invito del commissario Ue: «Muoversi meno per risparmiare carburante»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La nuova crisi energetica, che affonda le radici nelle tensioni in Medio Oriente e nella chiusura dello Stretto di Hormuz conseguente al conflitto in Iran, sta costringendo l’Europa a riaprire un capitolo che molti davano per chiuso dopo l’inverno del 2022: quello dell’austerità. Non si parla ancora di razionamenti obbligatori – e forse non se ne parlerà nemmeno a breve – ma il tono con cui Bruxelles si rivolge ai ventisette stati membri è cambiato in modo netto. A certificarlo è Dan Jørgensen, commissario europeo per l’Energia, le cui parole, riportate dal magazine Politico, sono state pronunciate a margine di una riunione straordinaria dei ministri. «Più risparmiamo carburante – ha detto Jørgensen –, specialmente il diesel e specialmente il carburante per gli aerei, meglio staremo». Un invito, il suo, che suona come una direttiva implicita: muoversi meno, viaggiare meno, volare meno. Perché l’obiettivo, adesso, non è tanto intervenire sull’offerta – spesso bloccata da dinamiche geopolitiche fuori dal controllo europeo – quanto tagliare la domanda alla radice.

Il cambio di passo della Commissione: dalla crisi del gas all’austerità programmata

A Bruxelles, infatti, si è fatta strada una convinzione destinata a pesare sulle prossime scelte politiche: la scarsità di fonti e vettori energetici non è un’emergenza destinata a risolversi in fretta, ma una condizione che potrebbe perdurare. Di qui la necessità di rispondere con misure efficaci, anche impopolari, per ridurre drasticamente i consumi di gas, petrolio e carburanti. Tra le ipotesi circolate nei giorni successivi al discorso di Jørgensen, si parla di abbassare i limiti di velocità sulle autostrade – una misura già sperimentata in passato con risultati contrastanti – e di incentivare in modo strutturale lo smart working, così da ridurre gli spostamenti quotidiani. Nessuna decisione è stata ancora formalizzata, ma l’indirizzo è chiaro: l’Europa si prepara a chiedere sacrifici concreti ai suoi cittadini, senza passare per il filtro delle raccomandazioni volontarie.

Il resto del mondo tra rincari e attesa: gli occhi puntati su Wall Street e sul petrolio

Fuori dai confini europei, la reazione alla crisi segue traiettorie diverse. Nei paesi asiatici, pesantemente dipendenti dalle importazioni di greggio, si registrano già i primi rincari alla pompa, mentre i governi cercano di blindare le riserve strategiche. Negli Stati Uniti, dove Trump è di nuovo presidente, l’approccio è più attendista: a Wall Street, intanto, un post dell’investitore Bill Ackman su X – nel quale sosteneva che le azioni fossero sottovalutate – ha innescato una corsa agli acquisti che dura da giorni, in attesa della prossima scusa per vendere. E proprio il prezzo del petrolio, guardato con ossessione da analisti e trader, resta il termometro più immediato della tensione. Ma in Europa, sottolinea Jørgensen, non si può più guardare solo al ticker: serve una strategia di riduzione dei consumi che prescinda dalle fluttuazioni del mercato.

La sfida silenziosa dello Stretto di Hormuz e il peso sulle tasche degli europei

La chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz – uno dei punti nevralgici del commercio mondiale del greggio – ha agito come una morsa sull’economia del vecchio continente. Le conseguenze, per ora, si vedono soprattutto nelle bollette e nei costi di trasporto, con un effetto a catena che rischia di investire beni di prima necessità. Jørgensen non ha usato mezzi termini: il carburante per aerei è stato citato esplicitamente, un segnale che l’aviazione civile potrebbe finire nel mirino delle prossime misure restrittive. Non si tratta, va detto, di mettere al bando i voli, ma di ragionare su un uso più razionale del trasporto aereo, magari sostituendo gli spostamenti brevi con il treno o con meeting da remoto. Una prospettiva che, fino a pochi mesi fa, sarebbe sembrata fantascientifica, ma che oggi i tecnici di Bruxelles valutano con crescente serietà. Perché l’austerità energetica, stavolta, non ha l’odore del gas russo che manca: ha il sapore amaro di una guerra lontana e di uno stretto bloccato.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.