La morte di Adam dopo l’intervento al braccio a Rovigo, l’arresto cardiaco in ambulanza e l’inchiesta aperta
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Redazione Interno
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Doveva essere una correzione chirurgica fra le più ordinarie, un intervento al braccio che Adam – due anni e mezzo, occhi vispi e quel sorriso che i genitori ricordano nitidamente mentre lo accompagnavano in ospedale – aveva atteso fin dalla nascita. E invece, al termine di un’operazione già tentata in Egitto quando lui era ancora un lattante e non riuscita come ci si sarebbe augurati, il piccolo è morto. Non sul tavolo operatorio, va detto, ma durante il trasferimento d’urgenza in ambulanza dall’ospedale Santa Maria della Misericordia di Rovigo a quello di Padova: un tragitto di pochi chilometri trasformato in un calvario quando il suo cuore, secondo una prima ricostruzione, avrebbe smesso improvvisamente di battere. L’arresto cardiaco, certificato dai sanitari che lo accompagnavano, ha spinto la magistratura ad aprire un fascicolo d’inchiesta. Nessuna ipotesi di reato è ancora formalizzata, ma ogni dettaglio di quelle ore – dalle visite preoperatorie del lunedì mattina all’ingresso in sala operatoria alle otto del martedì – verrà passato al setaccio.
Una famiglia già in fuga dalla sanità egiziana, l’affidamento alla struttura italiana
I genitori di Adam, cittadini egiziani residenti in provincia di Parma dopo un primo trasferimento a Milano, avevano già sperimentato sulla loro pelle i limiti di un intervento mal riuscito. La patologia congenita del bambino – un problema al braccio che ne limitava il movimento – era stata affrontata una prima volta quando Adam aveva pochi mesi, nel suo paese d’origine, con esiti giudicati insoddisfacenti. Per questo la coppia aveva scelto di affidarsi alla sanità italiana, convinta che la correzione potesse finalmente risolvere quella che, nelle intenzioni dei medici, restava una procedura di routine. Lunedì le visite preoperatorie avevano dato il via libera, e nulla lasciava presagire la tragedia: Adam, raccontano i familiari, era arrivato in ospedale ridendo e giocando, come qualsiasi bambino della sua età. Poi l’anestesia, la chirurgia, il risveglio apparentemente nella norma, e infine il trasferimento che nessuno avrebbe immaginato così letale.
L’arresto cardiaco in ambulanza, il drammatico trasferimento verso Padova
Secondo le prime informazioni raccolte dai carabinieri, che hanno acquisito la documentazione clinica, l’operazione si era conclusa senza complicazioni maggiori. È stato durante il viaggio in ambulanza – motivato forse dalla necessità di un supporto intensivistico non disponibile a Rovigo, o da una valutazione clinica successiva all’intervento – che le condizioni di Adam sono precipitate. L’arresto cardiaco, si legge negli atti, è avvenuto a bordo del mezzo di soccorso, nonostante la presenza di rianimatori. I tentativi di rianimazione sono proseguiti anche all’arrivo a Padova, ma per il piccolo non c’era più nulla da fare. La Procura di Rovigo ha aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia, unico strumento per stabilire se il decesso sia riconducibile a una complicanza operatoria imprevedibile, a una reazione avversa ai farmaci, o a un errore nella gestione del trasporto. Gli investigatori stanno ascoltando il personale sanitario che ha seguito Adam in sala operatoria e durante il trasferimento, mentre i genitori – assistiti da uno psicologo – attendono risposte che forse non restituiranno mai il loro bambino, ma che potrebbero fare chiarezza su una morte che definire “inspiegabile” è ancora poco.
Un esposto in Procura e il supporto psicologico alla famiglia
La famiglia, assistita da un legale, ha già presentato un esposto in Procura: non si tratta di un atto formale, ma della richiesta di accertare ogni responsabilità, se mai ve ne siano state. Il personale dell’ospedale di Rovigo, dove Adam era ricoverato, è sotto choc; lo stesso dicasi per i medici del pronto soccorso di Padova che hanno constatato il decesso. La direzione sanitaria dell’ospedale Santa Maria della Misericordia ha attivato un protocollo di revisione interna, senza però rilasciare dichiarazioni particolari in attesa degli esiti autoptici. Quello che resta, al momento, è il vuoto lasciato da un bambino di due anni e mezzo che aveva il diritto di vedersi risolvere un problema al braccio e che invece non tornerà più a casa. Gli inquirenti hanno già sequestrato la cartella clinica, i tracciati dei monitor e i farmaci somministrati: ogni fiala, ogni pressione misurata, ogni battito registrato prima dell’arresto verrà confrontato con le linee guida. Perché in casi come questo – lo sanno bene i magistrati che si occupano di cronaca giudiziaria – non sono le parole a fare verità, ma i numeri, le dosi, i tempi. E quei secondi, lunghissimi, che separano un bambino che gioca da un bambino che non respira più.




