La segnalazione ignorata e il pino che non vedeva potature da dieci anni: cosa sappiamo della morte di Alicia Amoruso a Bisceglie

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A Bisceglie, in quella strettoia urbana che collega via Cosmai a via Veneziano, nessuno potrà più dire che non lo sapeva. La morte di Alicia Amoruso, la dodicenne travolta e uccisa da un pino all’uscita da scuola, ha riacceso i riflettori su una circostanza che emerge frammentata dalle carte e dalla cronaca locale: l’albero che l’ha schiacciata, secondo ricostruzioni supportate da testimonianze e atti pubblici, non riceveva una potatura da almeno dieci anni, forse anche di più. Non si tratta, viene da chiedersi guardando le foto della chioma spezzata, di una fatalità improvvisa quanto di un incidente annunciato.

A rendere ancora più amaro il dolore della provincia Bat è la scoperta, ormai acclarata, che la pericolosità di quello specifico pino – situato proprio in prossimità dell’ingresso dell’istituto comprensivo – era stata dettagliatamente esposta già tre mesi fa. L’associazione Spazio Civico, a gennaio, aveva utilizzato i social e le pagine della Gazzetta del Mezzogiorno per accendere un faro su quella che definiva una situazione “globalmente compromessa”. In quell’appello, che oggi sembra una preveggenza tragica, si parlava esplicitamente di “rami spezzati sorretti solo dalla chioma sottostante”, descrivendo l’albero come un pericolo incombente per le centinaia di studenti che ogni giorno varcano la soglia della scuola.

L’inchiesta della Procura di Trani, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, si troverà ora a vagliare un groviglio di responsabilità amministrative che affondano le radici in un terreno ben più vasto di quello del singolo pino. Non è solo l’associazione a parlare di incuria sistemica; emerge la testimonianza dell’ex sindaco Francesco Spina, il quale già a ottobre, da consigliere di minoranza, aveva scritto al prefetto e al primo cittadino Angelantonio Angarano denunciando l’assenza di potature ordinarie negli ultimi sette anni e l’assenza di un censimento sistematico delle piante a rischio. A nulla erano valse, evidentemente, quelle sollecitazioni, così come risulta che lo stesso ufficio tecnico comunale avesse più volte segnalato la criticità di una situazione rimasta priva di interventi risolutivi.

Il giorno dopo la tragedia, mentre la famiglia Amoruso era distrutta dal lutto, la città si è svegliata divisa tra lo choc e la rabbia. Non solo online, come spesso accade, ma fisicamente nelle piazze: a San Francesco e Margherita, i manifestanti hanno esposto uno striscione che taglia corto con ogni tentativo di giustificazione basata sul meteo avverso. “Non è stata fatalità, ma responsabilità”, si leggeva a chiare lettere. Una folla silenziosa e indignata chiedeva il lutto cittadino, mentre l’amministrazione ha preferito il silenzio (“per rispetto della famiglia”, si è giustificata la giunta), limitandosi a chiudere le scuole per avviare tagli urgenti e, forse troppo tardi, verifiche statiche sugli altri alberi.

L’inerzia tecnica e i rami spezzati come monito ignorato

C’è un dettaglio, emerso dalle cronache locali, che racconta meglio di ogni altra statistica lo stato di abbandono in cui versava l’area. I residenti della zona, interpellati nei giorni successivi al crollo, hanno rivelato che non era affatto la prima volta che un pino cedeva in quella bretella. “Pochi mesi fa un altro era caduto”, ha scritto qualcuno, descrivendo marciapiedi resi impraticabili da radici che spaccano l’asfalto e una strada dove, passandoci in auto, “lo sterzo ti arrivava in gola”. Nonostante questi chiari segnali di degrado strutturale – uniti alla constatazione che la zona è quotidianamente affollata da ragazzini delle medie e dell’istituto tecnico – nessuna manutenzione straordinaria è stata disposta.

Il vuoto delle potature e la mancanza di un censimento

Il cuore giudiziario del fascicolo, al momento contro ignoti, ruota attorno a una domanda precisa: è possibile che nessuno abbia fatto nulla per mettere in sicurezza quel pino? Dai sopralluoghi effettuati subito dopo la tragedia, è emerso che le potature sono state per anni una chimera. Se l’albero non veniva potato da un decennio, la sua chioma, troppo pesante e resa fragile da infezioni fungine (un problema già segnalato dall’assessora all’Ambiente Angela Monterisi), era diventata una trappola mortale con il forte vento che ha spazzato il Centrosud in quei giorni. L’assenza di un censimento sistematico – una mappa del rischio che avrebbe dovuto evidenziare i tronchi malati – è l’altra grande omissione che la Procura dovrà chiarire, soprattutto alla luce delle richieste provenienti non solo dall’opposizione, ma anche dai tecnici interni al Comune stesso.

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