Il doppio gioco di Bin Salman: telefonate e pressioni su Trump prima dell’attacco all’Iran
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Redazione Esteri
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L’antico adagio che vuole il nemico del mio nemico essere mio amico, nel turbolento scacchiere mediorientale, sembra aver trovato una nuova, cruda applicazione. Mentre i missili e i droni statunitensi e israeliani piovevano su Teheran, con il tragico epilogo della morte del leader supremo Ali Khamenei, una fitta rete di intrighi diplomatici veniva alla luce, svelando il ruolo tutt’altro che defilato dell’Arabia Saudita. Il principe ereditario Mohammed bin Salman, leader di fatto del regno dal 2017, si sarebbe fatto promotore di una serrata campagna persuasiva nei confronti del presidente americano Donald Trump, spingendolo a sferrare il colpo decisivo contro la Repubblica Islamica. Una posizione, quella del governo saudita, che appare in netto contrasto con le pubbliche dichiarazioni di facciata, le quali invocavano invece una soluzione negoziata e la de-escalation. Questa ambivalenza, questo doppio registro comunicativo, getta ombre profonde sulla reale strategia di Riyadh, svelando una partita molto più complessa e spregiudicata di quanto si potesse immaginare.
Le pressioni occulte su Washington e il cedimento di Trump
Secondo quanto ricostruito da fonti vicine al dossier e ripreso da testate internazionali, l’attacco del 28 febbraio scorso non sarebbe stato il frutto di una improvvisa decisione americana, bensì l’esito di settimane di martellanti pressioni da parte di alleati chiave nella regione. Mohammed bin Salman avrebbe intrattenuto numerose conversazioni telefoniche private con Trump nell’ultimo mese, argomentando la necessità di un intervento militare risolutivo per neutralizzare la minaccia iraniana. Un pressing, quello del principe saudita, accompagnato dagli avvertimenti lanciati dai suoi emissari a Washington: non colpire ora, sostenevano, avrebbe reso Teheran più forte e pericolosa in futuro. Un monito che trovava terreno fertile nelle posizioni già note del premier israeliano Benjamin Netanyahu, storico falco anti-Iran, e che alla fine ha convinto un presidente americano da tempo intenzionato a mostrare i muscoli. Lo stesso Trump ha giustificato l’operazione, battezzata “Epic Fury”, con il fallimento dei colloqui di Ginevra e la presunta ripresa del programma nucleare iraniano, parlando di una “maggioranza silenziosa” pronta a sostenerlo nonostante i sondaggi avversi.
La partita del nucleare e l’ambiguità saudita
Sotto il fragore delle bombe, però, si gioca una partita forse ancora più decisiva per gli equilibri futuri della regione, una partita che ha nel nucleare il suo epicentro. Quasi in simultanea con l’escalation militare, l’amministrazione Trump ha infatti informato il Congresso della sua intenzione di procedere con un accordo di cooperazione nucleare civile con l’Arabia Saudita. Un’intesa, questa, che presenterebbe una particolarità non da poco: l’assenza delle tradizionali clausole volte a impedire l’arricchimento dell’uranio e il riprocessamento del combustibile, attività considerate “sensibili” in quanto potenziali porte d’accesso alla costruzione di un ordigno. Un messaggio dal tempismo quanto meno ambiguo, se si considera che proprio attorno alle capacità di arricchimento dell’uranio si è giocata buona parte della crisi con Teheran. Lo stesso Mohammed bin Salman, del resto, aveva più volte dichiarato che, qualora l’Iran fosse giunto alla bomba, il suo regno si sarebbe sentito obbligato a fare altrettanto per mantenere l’equilibrio di potere nella regione. L’accordo proposto da Trump, che di fatto lascerebbe aperta questa possibilità, appare quindi come la naturale conseguenza delle pressioni saudite e, al contempo, una loro ricompensa.
La diplomazia russa e la risposta di Teheran
Mentre Washington e Riyadh stringono i tempi su questo fronte, altri attori globali si muovono per contenere la crisi o trarne vantaggio. Il presidente russo Vladimir Putin, in una serrata tornata diplomatica, ha avuto colloqui telefonici con i leader di quattro paesi del Golfo, inclusa l’Arabia Saudita. Con Mohammed bin Salman, il Cremlino ha espressamente invocato una soluzione politica e diplomatica per la situazione “estremamente pericolosa” in atto, offrendo la propria disponibilità a svolgere un ruolo di stabilizzazione. Una posizione, quella russa, che mira evidentemente a ritagliarsi uno spazio di influenza nel nuovo assetto regionale, contrapponendosi all’unilateralismo dell’asse Washington-Tel Aviv-Riyadh. Nel frattempo, l’Iran ha risposto con una prima raffica di droni e missili contro obiettivi statunitensi nella regione, colpendo l’ambasciata americana a Riad e causando la chiusura della rappresentanza diplomatica. Una rappresaglia che ha immediatamente innalzato il livello di allerta, con il Dipartimento di Stato Usa che ha ordinato la partenza del personale non essenziale da Iraq, Giordania e Bahrein.




