Il volto umano del delivery a Milano e la mappa delle alternative etiche ai grandi colossi
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Redazione Economia
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La stretta della magistratura milanese sulle piattaforme del food delivery, con le recenti misure di controllo giudiziario che hanno coinvolto Glovo prima e Deliveroo poi per le ipotesi di reato legate allo sfruttamento dei lavoratori, ha riacceso i riflettori su un sistema che, al netto della crescente domanda di cibo a domicilio, continua a mostrare crepe profonde sul piano dei diritti e delle tutele. Mentre i pm coordinati da Paolo Storari mettono nero su bianco le storie di fattorini costretti a turni di dodici o quattordici ore, con risparmi al centesimo per mandare soldi alle famiglie in Pakistan o in Senegal e una paga giudicata troppo bassa per uscire da quello stato di bisogno che li rende ricattabili -7, esiste però una galassia di piccole realtà, spesso locali, che prova a tracciare un percorso diverso. Un percorso che mette al centro la persona, la sostenibilità ambientale e un rapporto diverso con il cliente finale, provando a scalzare quel modello di business che, come emerge anche da recenti studi economici, fatica a generare utili persino per i supermanager del settore, figuriamoci per gli anelli deboli della catena.
Il volto concreto di questa alternativa, a Milano, ha il sorriso e la storia di Sandro Greblo, 47 anni, ex cooperante internazionale rientrato dall’Africa in piena pandemia. Cercava un modo per uscire di casa, Sandro, e iniziò a lavorare per Deliveroo, salvo poi scoprire, dopo un anno, So.De, il Social Delivery. Una start up a pedali nata cinque anni fa da un bando del Comune di Milano per servizi innovativi e diventata oggi una piccola realtà strutturata, capace di collaborare con grandi marchi come Coop Lombardia e IKEA Italia. Il modello di So.De, come spiegano le sue fondatrici Teresa De Martin, Naima Comotti e Lucia Borso, poggia su tre pilastri: è sociale perché garantisce ai propri rider contratti equi, formazione continua e equipaggiamenti sicuri, attivando anche percorsi di inclusione per persone in situazioni di fragilità; è solidale perché sostiene i commercianti di prossimità e opera in filiere di recupero alimentare; ed è sostenibile perché le consegne, effettuate esclusivamente con biciclette e cargo bike, sono a zero emissioni. Non è un caso che una cooperativa come So.De, che ha già macinato decine di migliaia di chilometri per le strade del capoluogo lombardo, stia collaborando con l’agenzia per la mobilità locale per sensibilizzare l’amministrazione sulla necessità di infrastrutture ciclabili più sicure, dato che oltre la metà delle consegne oggi effettuate con mezzi motorizzati in città potrebbe essere teoricamente coperta da cargo bike.
Non si tratta, però, di un fenomeno isolato alla sola Milano. Un progetto nazionale, al quale hanno preso parte anche i docenti dell’Università di Pisa Matteo Corciolani e Daniele Dalli, ha provato a mappare queste realtà, spesso relegate ai margini del dibattito pubblico, che offrono un servizio di delivery alternativo ai giganti del settore. Dalla Toscana, in particolare, arriva la conferma che un altro modello è non solo possibile ma già operativo, seppur debba fare i conti con lo scoglio delle abitudini dei consumatori, i quali, come emerge dalle ricerche, tendono spesso a privilegiare la comodità e l'immediatezza della piattaforma globale, magari a discapito della qualità del lavoro del fattorino o dell’impatto ambientale della consegna. Proposte che strizzano l’occhio alla sostenibilità sociale e ambientale, quindi, e che promuovono per lo più prodotti locali o a chilometro zero, cercando di ricostruire quel legame di fiducia tra chi produce, chi trasporta e chi consuma.
La giungla delle consegne e la risposta della società civile
La fotografia scattata dalle inchieste della Procura di Milano restituisce l’immagine di una giungla nella quale, come si legge nei verbali dei carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro, molti fattorini lavorano senza documenti e la concorrenza al ribasso è diventata spietata. C'è chi, originario del Bangladesh, racconta di dover pagare l'affitto e mantenere la famiglia lontana con quelle poche centinaia di euro che avanzano dopo turni estenuanti, e chi, 53enne, confessa di non potersi permettere di rifiutare una consegna anche se malpagata perché altrimenti non riuscirebbe a sopravvivere. Un quadro desolante che, nelle scorse settimane, ha portato i rider a scendere in piazza a Milano davanti alla Stazione Centrale con striscioni e slogan, supportati dall’Usb, per chiedere alle piattaforme di assumerli tutti con il contratto nazionale della logistica, mettendo fine a quella finzione giuridica del finto autonomo che li lascia privi di tutele.
Di fronte a questa emorragia di diritti, iniziative come quelle mappate dall’Università di Pisa o come la stessa So.De rappresentano un argine, seppur piccolo, che prova a invertire la rotta. Realtà che umanizzano le consegne, dove l’algoritmo non è l’unico padrone e dove il rapporto contrattuale torna a essere trasparente. Un’esigenza, quella di rimettere la persona al centro, che inizia a farsi strada anche in altre regioni: in Umbria, ad esempio, una proposta di legge regionale cerca di introdurre norme per tutelare la dignità, la salute e la sicurezza dei lavoratori digitali, prevedendo un’anagrafe regionale e un registro delle piattaforme, strumenti atti a far emergere il lavoro nero e a garantire indennizzi anche per eventi climatici estremi, come le ondate di calore o il maltempo. È il segnale che, nonostante il ritardo, qualcosa si muove per contrastare quello strapotere delle piattaforme che, in Italia come all’estero, continua a produrre disuguaglianze.




