Il dilemma di Putin: escalation Nato o negoziati? Le crepe nel fronte interno russo
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Redazione Esteri
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La guerra in Ucraina non è più un'eco lontana per i cittadini russi, ma è entrata a gamba tesa nelle loro vite quotidiane. La cronica penuria di carburante, i continui blackout, la sparizione di molti prodotti dagli scaffali e un'inflazione galoppante – solo la mitica kartoshka, la patata, ha registrato un aumento del 4,5% in un solo mese – stanno trasformando la frustrazione in ansia e rabbia verso il Cremlino.
Di fronte a questo scenario, la domanda che agita gli ambienti internazionali è se Vladimir Putin opti per un'apertura negoziale con Kiev o scelga la via di una pericolosa escalation, che potrebbe coinvolgere direttamente la Nato.
L'ombra di un attacco ai baltici e alla Romania
Secondo quanto riportato da fonti vicine al Cremlino e citate da agenzie internazionali, il presidente russo starebbe seriamente valutando l'ipotesi di allargare il conflitto con attacchi a basi militari della Nato situate nei Paesi baltici o in Romania. Una fonte, che ha parlato in condizione di anonimato, ha definito "alta" la probabilità di una simile escalation nei prossimi mesi.
L'analista militare Jack Watling del Royal United Services Institute (RUSI) ha ipotizzato che attacchi mirati, simili a quello in cui un drone russo è precipitato su un condominio nella città romena di Galați, potrebbero servire a testare la coesione dell'alleanza e la reazione dell'occidente, senza necessariamente scatenare una guerra su vasta scala.
Ad alimentare questi timori contribuiscono anche le dichiarazioni pubbliche di Andrei Ilnitsky, ex funzionario del ministero della Difesa russo, che in un articolo sul quotidiano Kommersant ha delineato uno scenario che prevede, come fase successiva alla distruzione di obiettivi industriali in Ucraina, attacchi a infrastrutture Nato e a siti europei che producono droni e missili per Kiev.
I raid ucraini e la stretta di Mosca
A spingere Putin verso questa pericolosa deriva sono i raid sempre più incisivi dei droni ucraini, che hanno colpito duramente le infrastrutture petrolifere russe, causando una crisi dei carburanti senza precedenti. Nelle ultime settimane, decine di navi cisterna sono state date alle fiamme nel Mare d'Azov e diversi impianti di raffinazione, tra cui quello di Ilsky nel territorio di Krasnodar, sono stati incendiati.
L'obiettivo dichiarato da Kiev, come ribadito dal presidente Volodymyr Zelensky, è quello di portare "la sensazione della guerra" all'interno della Russia, come risposta al rifiuto di Mosca di interrompere le ostilità. Il Cremlino ha replicato con la consueta ambivalenza: da un lato, il portavoce Dmitrij Peskov ha riconosciuto il "sincero desiderio" dell'amministrazione Trump di favorire la pace, definendo però "ambivalente" la posizione americana poiché continua a fornire armi a Kiev.
Dall'altro, ha lanciato un avvertimento chiaro: più Kiev colpirà le infrastrutture russe, più Mosca sarà costretta ad ampliare la propria "zona di sicurezza" sul territorio ucraino.
I segnali di un fronte interno in frantumi
Mentre il governo parla di una "crescita" economica, la realtà dei fatti racconta una storia ben diversa. La crisi dei carburanti sta facendo lievitare i prezzi dei beni di prima necessità: secondo i dati di Rosstat, le patate e le cipolle sono aumentate del 27,7% tra fine maggio e inizio luglio, mentre il costo del pollo è cresciuto del 6,1%.
I russi, come testimonia un recente reportage dell'Economist, sono sempre più nervosi: il 55% dei cittadini intervistati dal Fondo per l'Opinione Pubblica (FOM) ha dichiarato di provare ansia, un aumento di 15 punti percentuali rispetto all'anno precedente. La guerra è ormai percepita come un problema di tutti, capace di spezzare quel tacito patto sociale che garantiva ai cittadini di stare fuori dalla politica in cambio di una vita tranquilla.
La paura di una nuova mobilitazione, le interruzioni di corrente e la crescente inflazione stanno trasformando l'apatia in un malcontento profondo, come dimostra la rabbia di un commerciante di Rostov che, citato dal settimanale britannico, ha dichiarato: "Possono andare tutti all'inferno con le loro idee e le loro grandi ambizioni".
La diplomazia parallela e le crepe nel racconto del Cremlino
In questo contesto di tensione, si inseriscono i tentativi diplomatici per cercare una via d'uscita. Il premier bulgaro Rumen Radev ha discusso con Zelensky, a margine del vertice Nato di Ankara, di cooperazione energetica e di possibili forniture di gas naturale. La Bulgaria, grazie alla sua posizione geografica, si offre come hub per diversificare le rotte energetiche verso l'Europa.
Sullo sfondo, rimane la figura di Donald Trump, che ha promesso a Kiev una licenza per produrre in proprio i sistemi di difesa aerea Patriot, un impegno che, secondo gli esperti, potrebbe richiedere più di un anno per tradursi in una protezione concreta. Nel frattempo, la narrazione del Cremlino di una vittoria inevitabile in Ucraina mostra segni di cedimento.
Un generale russo in incognito ha ammesso che il comando sta gonfiando i successi sul campo per generare una falsa percezione di avanzate travolgenti, mentre le perdite di personale rendono l'obiettivo di conquistare il Donbas entro l'anno "irrealistico". Questa consapevolezza, unita al crescente malessere popolare, potrebbe aver portato Putin a un bivio: tentare una rischiosa escalation per cambiare le carte in tavola o sedersi finalmente a un tavolo negoziale, consapevole che il tempo gioca a favore di Kiev e della sua capacità di colpire nel profondo del territorio russo.




