L’inchiesta sui servizi segreti e quella “squadra Fiore” che avrebbe trasformato i dossier in arma di ricatto
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Redazione Interno
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Roma. È una ferita che sanguina silenziosamente nei meandri dello Stato, quella aperta dalla Procura di Roma con l’ultima tranche dell’inchiesta sui cosiddetti “007 deviati”. Le carte, sequestrate in quantitativi industriali – parliamo di migliaia di documenti, server e file cartacei – raccontano di una presunta struttura parallela, un gruppo clandestino ribattezzato “Squadra Fiore”, che avrebbe trasformato il saccheggio di dati sensibili in un lucroso e pericoloso business. L’ombra più lunga, al momento, si allunga su Giuseppe Del Deo, l’ex numero due del Dis (il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), finito nel registro degli indagati con l’accusa, pesantissima, di peculato. A muovere le pedine sul campo sono stati i carabinieri del Ros, che hanno eseguito perquisizioni su larga scala, mettendo sotto sequestro non solo la documentazione cartacea ma anche device elettronici e telefonini: una mole di dati che gli inquirenti, guidati dal procuratore aggiunto Stefano Pesci, dovranno ora setacciare per ricostruire l’intera ragnatela.
L’intreccio perverso tra appalti pubblici e informazioni riservate
Non si tratta, se diamo un’occhiata ai primi riscontri investigativi, solo di spionaggio fine a se stesso. Il meccanismo, così come ricostruito dalle intercettazioni e dalle testimonianze raccolte, sembra viaggiare su un doppio binario fatto di denaro e potere. Da un lato, ci sarebbero i dossier costruiti ad arte per fare pressione o per scoprire segreti altrui; dall’altro, la gestione opaca dei fondi segreti dell’Aisi (l’Agenzia per la sicurezza interna). La Procura sospetta che Del Deo, forte della sua posizione e di una delega a operare sul conto corrente intestato alla Presidenza del Consiglio, avesse un potere di fatto nella negoziazione con i fornitori. Un potere che, secondo l’accusa, avrebbe usato per “gonfiare” appalti o addirittura per pagare commesse mai eseguite. Al centro di questo meccanismo c’è la società Sind, di cui Maticmind possedeva la maggioranza. L’ad di Maticmind, Lorenzo Forina, avrebbe avuto chiaro fin da subito che dietro un maxi-appalto da dieci milioni ci fosse proprio l’ex vicedirettore. A fare da tramite, secondo gli atti, gli soci di minoranza di Sind, ovvero Enrico Fincato e Nicola Franzoso, descritti come strettissimi fiancheggiatori di Del Deo.
La “squadra dei neri” e il buco da milioni
Chi indaga ha battezzato “i neri” il gruppo di collaboratori che, agli ordini di Del Deo quando era in servizio all’Aisi tra il 2018 e il 2024, avrebbe condotto attività para-investigative per fini tutt’altro che istituzionali. L’accusa, in questo secondo filone, è quella di accesso abusivo ai sistemi informatici e peculato, un reato che colpisce il cuore dell’amministrazione pubblica perché riguarda il furto di risorse statali da parte di chi dovrebbe custodirle. E le risorse, in questo caso, non sono irrisorie: le cifre che circolano negli atti giudiziari parlano di un ammanco di circa 5 milioni di euro (anche se in alcune conversazioni intercettate si arriva a menzionare un buco di 7-8 milioni) legato a un contratto di fornitura che, di fatto, non sarebbe mai stato onorato. “Quando dati sensibili vengono sottratti e usati come leva di pressione, si colpiscono le fondamenta stesse dello Stato”, ha commentato l’analista di cyber security Pierluigi Paganini, inquadrando la gravità del rischio sistemico emerso da questa vicenda.
L’ombra dell’Umbria e i vecchi fantasmi dello scandalo Telecom
L’inchiesta, come spesso accade in questi casi, allarga il suo raggio d’azione toccando geografie e volti noti delle cronache giudiziarie italiane. C’è un angolo d’Umbria, il “Relais degli Ulivi” a Montelone d’Orvieto, un agriturismo ora in vendita, che finisce sotto la lente degli inquirenti. Il motivo? Si indaga per capire se quella struttura sia stata in qualche modo coinvolta nel meccanismo di riciclaggio o reinvestimento dei proventi illeciti, o se rappresenti semplicemente un altro tassello della complessa rete di interessi riconducibile agli indagati. E poi ci sono i volti. Tra gli undici indagati figura Giuliano Tavaroli, un nome che riecheggia sinistramente dagli archivi dello scandalo Telecom-Sismi, dove Tavaroli, ex capo della security di Pirelli e Telecom, era già stato protagonista di una vicenda di dossieraggio illegale su larga scala. La sua presenza in questo nuovo fascicolo suggerisce una continuità di metodi e, forse, di uomini: una sorta di “sistema” che, nonostante le condanne e le promesse di riforma, avrebbe continuato a operare nella zona grigia tra intelligence privata e abuso di potere statale. Le perquisizioni, coordinate dalle pm Alessia Natale e Vittoria Bonfanti, rappresentano solo l’ultimo atto di un’inchiesta che promette di scavare ancora a lungo nei sotterranei dello Stato.




