Byd, l’utile crolla del 55% nel primo trimestre 2026: la guerra dei prezzi in Cina erode i margini del colosso dell’elettrico

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il gigante cinese delle auto elettriche, nonostante la sua ascesa inarrestabile sui mercati internazionali, ha appena incassato un duro colpo dalla sua stessa terra d’origine. I conti del primo trimestre del 2026, depositati alla borsa di Hong Kong, raccontano di una frenata improvvisa, seppur ampiamente prevista dagli analisti, che mette in luce le fragilità di un sistema industriale basato su volumi sempre più massicci e margini sempre più risicati. La casa automobilistica, che lo scorso anno aveva scalzato Tesla dalla pole position mondiale, ha visto l’utile netto crollare del 55,4% su base annua, fermandosi a 4,08 miliardi di yuan (circa 510 milioni di euro al cambio attuale). Un dato, questo, che segue una tendenza negativa ormai consolidata: si tratta infatti del quarto trimestre consecutivo di calo della redditività, un segnale inequivocabile che il contesto operativo per i costruttori locali si è fatto improvvisamente più ostile.

Ricavi in calo a doppia cifra e vendite in forte contrazione

A pesare sui conti non è stato solo un marginale aumento dei costi o una flessione fisiologica, ma una vera e propria contrazione dei volumi e dei ricavi. Nel periodo gennaio-marzo, il fatturato di Byd è sceso a 150,23 miliardi di yuan (circa 18,8 miliardi di euro), segnando una flessione dell’11,8% rispetto agli stessi tre mesi del 2025. Le vendite totali, che includono sia le full electric sia le ibride plug-in, hanno subito una brusca frenata del 30%, con 700.463 unità consegnate in tutto il mondo. Una performance negativa che stride nettamente con la corsa all’estero del marchio, dove i volumi hanno invece registrato un incremento sostanziale: le esportazioni, che ora rappresentano circa il 45-46% del totale delle consegne, sono schizzate del 56% rispetto all’anno precedente, dando fiato alle polmoni commerciali del gruppo.

La concorrenza interna e il peso delle svalutazioni monetarie

La spiegazione di questo tonfo, tuttavia, non risiede solo nella riduzione dei numeri di vendita. Da un lato, il mercato cinese sta vivendo una fase di iper-competizione, con marchi come Xiaomi e Geely che hanno innescato una guerra al ribasso dei prezzi per accaparrarsi quote di un mercato interno in rallentamento; una guerra che ha costretto Byd a offrire sconti record (fino al 34% su alcuni modelli) pur di non perdere terreno, erodendo di fatto la redditività per singolo veicolo, scesa a circa 5.800 yuan (-34%). Dall’altro lato, a complicare il quadro finanziario sono intervenuti fattori esterni alla produzione. Le rilevanti oscillazioni dei cambi hanno giocato un brutto scherzo ai conti del colosso di Shenzhen: la società ha registrato una perdita su cambi di circa 1,9 miliardi di yuan, invertendo il segno positivo dello stesso periodo dell’anno scorso. Questo shock, unito al dimezzamento degli investimenti, ha fatto schizzare alle stelle gli oneri finanziari del 210%.

Sviluppi giudiziari e inchieste: il mirino dell’antitrust

Sullo sfondo di questa crisi di redditività, non mancano le tensioni istituzionali. Nei mesi scorsi, la principale associazione cinese dei costruttori automobilistici aveva dovuto richiamare all’ordine le aziende del settore, stigmatizzando una competizione ritenuta “dannosa” e alimentata da politiche di sconto eccessive. Sebbene non fosse menzionata esplicitamente come unico responsabile, Byd era stata identificata come una delle protagoniste di questa spirale ribassista proprio in concomitanza con il lancio di offensive promozionali su decine di modelli. Nessuna indagine formale è stata ancora aperta dalla magistratura sui termini di questa concorrenza, ma il severo monito delle autorità di vigilanza del settore ha rappresentato un campanello d’allarme per l’intera filiera.

Nonostante la pressione sui conti e la stretta creditizia interna, l’azienda non mostra segni di cedimento strategico. Anzi, la morsa della concorrenza nazionale sta accelerando il processo di internazionalizzazione già in atto: l’obiettivo dichiarato è raggiungere 1,5 milioni di veicoli venduti fuori dalla Cina entro la fine dell’anno, sfruttando anche la crescente domanda globale alimentata dall’instabilità geopolitica e dal rincaro del petrolio. L’Europa, nonostante i dazi doganali, resta il principale teatro di questa espansione. Gli investitori, pur registrando i dati poco lusinghieri, hanno accolto il report con un cauto ottimismo, spingendo il titolo al rialzo in borsa: un segnale che il mercato considera il peggio già alle spalle, scommettendo sulla ripresa dei volumi già a partire dalla prossima stagione.

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