Sorelline ritrovate, il gip convalida i fermi ma nessuno torna in carcere: obbligo di dimora per madre, nonno e compagno
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Redazione Interno
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L'udienza di convalida del fermo, davanti al gip del tribunale di Sulmona, ha segnato un punto di svolta nella vicenda delle due sorelline di 16 e 12 anni, scomparse dalla casa famiglia di Civitella Alfedena il 7 giugno e ritrovate dopo due settimane in un'abitazione di Formia; una svolta che, di fatto, ha riscritto le sorti processuali dei tre indagati.
La giudice per le indagini preliminari Giulia Sani ha infatti convalidato i fermi disposti dalla Procura, ma ha accolto la richiesta degli inquirenti di sostituire la custodia cautelare in carcere con una misura meno afflittiva, consentendo così a Valentina D'Acunto, alla madre delle ragazze, al compagno Vincenzo Esposito e al nonno materno Marco D'Acunto di lasciare le rispettive celle, pur rimanendo formalmente indagati per sequestro di persona aggravato in concorso.
L'interrogatorio fiume e la decisione del giudice
Gli interrogatori di garanzia, iniziati alle 9.30 nella mattinata di giovedì 25 giugno, si sono protratti per oltre cinque ore, nel corso delle quali i tre indagati hanno risposto alle domande del gip, come confermato dagli avvocati Enrico Mastantuono per la madre, e Luca Cupolino per il compagno e il nonno.
Al termine della lunga camera di consiglio, la giudice Sani ha stabilito che, per tutti e tre, scatta l'obbligo di dimora nella provincia di Latina, con l'obbligo di presentarsi due volte al giorno presso i carabinieri per la firma, una misura che il procuratore di Sulmona, Luciano D'Angelo, ha definito "sufficiente per evitare che un domani gli autori possano ripetere azioni di questo tipo".
La procura, pur sostenendo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, non ha pertanto ritenuto necessaria la detenzione in carcere, una linea che ha trovato il consenso del giudice.
Le accuse e le tesi difensive: sequestro o sottrazione?
Il nucleo dell'accusa, che rimane quello di sequestro di persona aggravato in concorso, si fonda sulla ricostruzione secondo cui i tre avrebbero organizzato e materialmente eseguito il trasferimento delle due minori dalla comunità abruzzese fino alla casa di una lontana parente, a Formia, dove le ragazze sono state infine rintracciate dai carabinieri.
La difesa, pur riconoscendo un gesto avventato, ha tentato di orientare la qualificazione giuridica del fatto verso il reato di sottrazione di minori, una tesi che il gip non ha tuttavia accolto, confermando l'impostazione accusatoria in questa fase procedurale. L'avvocato Mastantuono ha sottolineato il pentimento della sua assistita, che "avrebbe preso coscienza di quanto fatto", definendo l'accaduto una "grossa sciocchezza" e parlando di "persone spinte dagli affetti" piuttosto che di una organizzazione strutturata.
Le indagini aperte e il ruolo della parente ottantenne
Nonostante la scarcerazione, l'inchiesta rimane aperta e la Procura ha fatto sapere che dovranno essere verificate ulteriori circostanze per accertare l'eventuale coinvolgimento di altre persone. Un ruolo ancora da definire è quello dell'anziana parente, ottantenne, presso la cui abitazione sono state trovate le ragazze; per lei, al momento, si profila l'ipotesi di concorso in sequestro di persona, ma la sua età avanzata ha finora scongiurato un provvedimento di fermo in flagranza.
Con il ritorno alle proprie abitazioni, dopo gli adempimenti formali nelle carceri di Teramo e Sulmona, i tre indagati attendono ora la pubblicazione delle motivazioni dell'ordinanza, che potrebbe aprire la strada a un eventuale ricorso al Tribunale del Riesame.




