Il cellulare di Alice e la cena avvelenata: il giallo della ricina si infila nei meandri digitali

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si infittiscono le maglie dell’indagine sulla strage domestica di Pietracatella, quel paesino sperduto tra le colline del Molise dove una cena prenatalizia si è trasformata in una scena da tragedia greca, contaminata però dalla letalità silenziosa della ricina. La Procura di Larino, che procede per duplice omicidio premeditato contro ignoti, ha deciso di scandagliare il tempo – gli ultimi cinque mesi, per l’esattezza – attraverso la lente di ingrandimento di uno smartphone: quello di Alice Di Vita, la figlia diciannovenne scampata al massacro perché, quella sera del 23 dicembre, era fuori con amici invece di sedersi a quella tavola che si sarebbe rivelata letale.

L’acquisizione del dato e lo status formale della ragazza

Il dispositivo è stato sequestrato il 13 aprile, ma gli inquirenti tengono a precisare una distinzione tecnica non secondaria: si parla di “acquisizione” e non di sequestro vero e proprio, un dettaglio che preserva formalmente lo status di Alice, la quale resta ufficialmente parte offesa insieme al padre Gianni, unico superstite assieme a lei di quei giorni di festa. Ciò nonostante, la mole di informazioni che la Procura intende estrarre dall’iPhone è tale da far pensare a un vero e proprio viaggio nella psiche e nelle abitudini familiari, quasi un’autopsia digitale del nucleo domestico prima che la tossina facesse il suo lavoro sporco.

La copia forense del telefono, in programma per il 28 aprile a Campobasso, è un accertamento irripetibile che coinvolgerà anche i legali dei cinque medici indagati per omicidio colposo, un altro rivolo di questa inchiesta che riguarda le cure prestate all’ospedale Cardarelli.

Pasti annotati e ricerche sul veleno: cosa cercano gli investigatori

Cosa spera di trovare la procura guidata da Elvira Antonelli nel caveau digitale di una liceale? La risposta è inquietante. Secondo quanto trapela dal decreto investigativo, l’interesse primario è rivolto alle note, agli appunti e alle chat che ritracciano i pasti consumati dalla famiglia tra il 22 e il 25 dicembre. Non è un dettaglio da poco: la ragazza, che studia all'istituto agrario – luogo dove vengono effettuate ricerche sulla pericolosa pianta del ricino e dove insegna un’amica di famiglia – aveva la meticolosa abitudine di segnarsi cosa si mangiasse in casa. Un'abitudine che, vista la dinamica, appare oggi carica di un significato ambiguo.

I pm vogliono vedere le chat con la madre Antonella Di Ielsi (50 anni) e la sorellina Sara (15 anni), entrambe morte per “grave intossicazione acuta” come confermato dal professor Locatelli del centro antiveleni di Pavia, ma vogliono anche la cronologia di navigazione. Si cerca un collegamento diretto tra la sua posizione (quella sera era in un pub a Sant’Elia) e le ricerche su come estrarre o somministrare la tossina, un veleno così potente che l’avvocato della famiglia, Vittorino Facciolla, ha sbottato affermando che “nemmeno il Mossad sarebbe stato in grado di gestire una cosa simile” se fosse stata lei la mente.

Il doppio binario d’indagine: tra colpa medica e premeditazione

L’acquisizione del cellulare di Alice, sebbene sia formalmente legata al filone sugli errori dei sanitari – dove si cerca di capire se i medici abbiano sottovalutato i sintomi di un avvelenamento – finisce inevitabilmente per alimentare l’altro troncone, quello più oscuro della premeditazione. Il padre Gianni Di Vita, risultato negativo alla ricina contrariamente alle due vittime, è stato ascoltato a lungo. Lui e la figlia oggi vivono in casa di una cugina, poiché l’abitazione di famiglia è stata sigillata.

E mentre il telefono della diciannovenne spalanca le porte a un’analisi minuziosa di messaggi, mail e applicazioni di messaggistica istantanea, nel piccolo centro del Molise si fanno largo i nomi degli undici amici e conoscenti che verranno convocati per incrociare le dichiarazioni con i flussi digitali. L’assenza di Alice da casa quella sera fatale, una variabile che l’ha salvata, è ora diventata l’oggetto di studio principale. Martedì prossimo, l’apertura del primo armadio digitale getterà nuova luce – o forse un’ombra ancora più fitta – su questa vicenda che sembra uscita da un romanzo, ma che ha lasciato due bare nel cimitero di un paese di poco più di mille anime.

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