L’onda lunga del conflitto travolge i listini asiatici, Seul registra il tonfo storico del 12%

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il terzo giorno consecutivo di vendite incontrollate sui mercati del Sud-Est asiatico ha assunto i contorni di una vera e propria emorragia finanziaria, con piazze che hanno visto bruciare in poche sedute gran parte dei guadagni accumulati nei mesi precedenti. L’indice Msci Asia Pacific, che fotografa l’andamento delle borse dell’area, ha lasciato sul terreno il 4,5%, un segnale chiaro di come il sentiment degli investitori sia ormai dettato esclusivamente dal rapido aggravarsi della crisi in Medio Oriente. La Corea del Sud, in particolare, è finita nell’occhio del ciclone: il Kospi ha subito un tracollo del 12,06%, la flessione più grave mai registrata nella sua storia e un evento che ha costretto all’attivazione dei circuit breaker per sospendere le contrattazioni e tentare di arginare il panico. Non va meglio a Tokyo, dove il Nikkei ha ceduto il 3,6%, mentre arretrano in modo significativo anche Hong Kong, Shanghai e la piazza di Mumbai. A essere presi di mira sono soprattutto i titoli tecnologici e i produttori di chip, settori che avevano trainato la corsa al rialzo di inizio anno ma che ora, in un contesto di incertezza radicale, vengono dismessi con estrema rapidità dagli investitori istituzionali stranieri, intenti a ridurre l’esposizione al rischio.

All’origine di questo scivolone, che ha cancellato in due sedute il 17% del valore della borsa sudcoreana, c’è un nodo energetico che si è fatto drammaticamente stringente. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, fondamentale via d’acqua per il transito di un quinto del petrolio mondiale e di ingenti quantità di gas naturale liquefatto, ha innescato un’impennata delle quotazioni del greggio e il timore, tra gli operatori, di uno shock petrolifero capace di riaccendere l’inflazione e di conseguenza bloccare sul nascere qualsiasi ipotesi di taglio dei tassi di interesse da parte delle banche centrali occidentali. L’economia sudcoreana, fortemente dipendente dalle importazioni di energia e materie prime per alimentare la sua potente industria manifatturiera, paga lo scotto di questa nuova configurazione geopolitica. Il blocco navale imposto dall’Iran e le rappresaglie con droni e missili contro le infrastrutture petrolifere dell’area hanno sollevato un'emergenza per Paesi come il Giappone e la stessa Corea, la cui vulnerabilità energetica si traduce immediatamente in perdite secche sui listini azionari. Il won sudcoreano e lo yen, che pure si indebolisce sul dollaro tornando a quotazioni che ricordano i minimi storici, non fungono più da paracadute ma diventano un ulteriore termometro di una febbre che non accenna a scendere.

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