Mercati asiatici in rimbalzo, Seul vola ma il prezzo del petrolio torna a salire

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La seduta azionaria asiatica si è chiusa all'insegna del recupero, con Piazza Affari che si prepara a un'avvio di giornata incerto dopo la scivolata di ieri, mentre gli investitori tentano di metabolizzare le continue e contraddittorie indiscrezioni relative a un'eventuale operazione di terra in Iran. Il listino di Seul, in particolare, ha messo a segno un balzo percentuale a doppia cifra, arrivando a guadagnare quasi undici punti percentuali nel corso delle contrattazioni e attestandosi come il miglior performer della regione, un rimbalzo tecnico che segue il tonfo di oltre il dodici per cento registrato nella seduta precedente, quando il mercato coreano aveva vissuto la sua peggiore giornata dalla crisi finanziaria del 2008. Anche Tokyo ha beneficiato di questo rinnovato, seppur cauto, ottimismo: l'indice Nikkei ha archiviato gli scambi in rialzo di quasi tre punti percentuali, trainato dalla performance positiva di Wall Street e dalla tenuta dei titoli tecnologici, che hanno ritrovato slancio dopo le vendite dei giorni scorsi. A sostenere il morale degli operatori, stando a quanto emerso, è stata la convinzione, forse prematura, che l'escalation del conflitto in Medio Oriente possa trovare una composizione più rapida del previsto, una speranza alimentata da voci non confermate di contatti informali tra le parti in causa.

E proprio la questione mediorientale, con il suo carico di incognita, continua a dominare l'agenda dei mercati finanziari globali, tenendo banco tra gli analisti e condizionando le scelte di portafoglio. Se da un lato le borse sembrano aver ritrovato un po' di smalto, dall'altro lato il fronte energetico rimane caldo: il prezzo del greggio, dopo una parziale tregua nella seduta di ieri, ha ripreso la sua corsa al rialzo, con il Brent che ha superato quota ottantatré dollari al barile e il Wti che si è attestato sopra i settantasette dollari, un'impennata che riaccende i timori legati all'inflazione. Questo rinnovato aumento del costo delle materie prime, innescato dalle ostilità in corso e dalla paura di possibili blocchi alle rotte navali nel Golfo Persico, rischia di riverberarsi sulle economie occidentali, complicando non poco i piani delle banche centrali, a partire dalla Federal Reserve americana, il cui board si trova ora di fronte a un bivio: intervenire nuovamente per calmierare i prezzi con un aumento dei tassi o attendere sviluppi meno confliggenti sul fronte geopolitico, rinviando i progetti di allentamento della politica monetaria.

La Cina rivede al ribasso le stime di crescita per il 2026

Nel frattempo, dalla Cina arrivano segnali importanti per l'economia globale: Pechino ha ufficialmente fissato il suo obiettivo di crescita per l'anno in corso in una forbice compresa tra il quattro e mezzo e il cinque per cento, un target che rappresenta una delle previsioni più prudenti degli ultimi decenni. Le autorità di Pechino, consapevoli delle difficoltà strutturali che attraversa il sistema Paese, dalla crisi immobiliare alla debolezza dei consumi interni, hanno preferito non alimentare illusioni su una ripresa rapida e tumultuosa, puntando piuttosto a consolidare i settori industriali avanzati e a garantire una certa stabilità sociale, obiettivi che richiedono tempo e pazienti politiche di sostegno mirate piuttosto che massicce iniezioni di liquidità. Una scelta, quella del governo cinese, che guarda al lungo termine ma che inevitabilmente condiziona le aspettative di crescita dell'intera area asiatica, già messa a dura prova dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e dalle ripercussioni del conflitto mediorientale.

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