Il volo di Artemis 2, il confronto con le Apollo e il “segreto” calabrese della Nasa
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Non c’è bisogno di guardare ai conflitti terrestri o agli annunci bellici – quelli che minacciano persino di cancellare civiltà millenarie – per trovare un barlume di futuro. La risposta, letteralmente, arriva dall’alto. La missione Artemis 2, che ha appena riportato un equipaggio umano in prossimità della Luna dopo una pausa di oltre mezzo secolo, rappresenta molto più di un semplice giro turistico nel cosmo. È un banco di prova tecnologico colossale, e proprio mentre l’attenzione mondiale era distratta altrove, nel silenzio dei laboratori calabresi si è giocata una partita decisiva per la riuscita dell’impresa. Perché se il razzo vola e la capsula Orion solca lo spazio profondo, lo deve anche a un professore dell’Unical, Alfredo Garro, che da dieci anni collabora strettamente con la Nasa.
Più spazio, più potenza, più lontano: il salto generazionale tra Orion e le capsule Apollo
Lasciamo per un attimo da parte la retorica sulla “conquista” per concentrarci sui numeri, che spesso sono più poetici di qualsiasi parola. Il paragone tra la vecchia guardia (le navicelle Apollo) e la nuova (Orion) è impietoso e affascinante. Laddove gli equipaggi degli anni Sessanta e Settanta vivevano stipati in meno di 15 metri cubi, gli attuali quattro astronauti di Artemis 2 dispongono di un volume abitabile superiore del 30%. Non solo: l’autonomia si è allungata. Se prima il limite era di 14 giorni, oggi Orion può garantire supporto vitale per quasi tre settimane (21 giorni), un lusso reso possibile da dettagli che sembrano banali ma che in orbita sono fondamentali, come una cucina per scaldare i pasti o un sistema igienico efficiente che evita gli “incidenti” di percorso (volanti) che affliggevano le missioni del passato.
Ma la vera rivoluzione è invisibile a occhio nudo. Pensate al computer di bordo. L’Apollo ne aveva uno, e la sua potenza di calcolo era inferiore a quella di un moderno smartphone. Orion ne ha due, ridondanti, e sono 20 mila volte più veloci, con una memoria 128 mila volte superiore. Questo significa che la navicella non si limita a seguire una traiettoria precalcolata, ma può regolarsi da sola, grazie a oltre 1.200 sensori. Una capacità, questa, che ha permesso a Orion di spingersi durante il flyby a oltre 406 mila chilometri dalla Terra, un record di distanza per un veicolo con equipaggio, superando anche il traguardo segnato dall’Apollo 13. Quando è rientrata, a proteggerla c’era lo scudo termico più grande mai costruito, un monoblocco di 5 metri contro i 3,9 delle vecchie capsule, indispensabile per resistere a velocità di rientro superiori ai 38 mila chilometri orari.
Il polso della missione e lo sguardo di Jeffrey Hoffman
Dietro a questi successi tecnici, però, c’è una riflessione più profonda sul perché stiamo tornando sulla Luna. Non si tratta più della corsa simbolica della Guerra Fredda. Jeffrey Hoffman, astrofisico ed ex astronauta, non è un opinionista qualsiasi: è una delle menti che ha contribuito a riparare il telescopio Hubble. Oggi, Hoffman descrive il futuro come una sinergia perfetta tra uomo e macchina. Le basi lunari non saranno solo avamposti militari, ma laboratori scientifici dove robot e umani lavoreranno gomito a gomito per costruire il futuro della ricerca. Un quadro, questo, che trasforma la fantascienza in un progetto di ingegneria già redatto.
E mentre l’equipaggio di Artemis 2 – composto da quattro membri – ammirava uno spettacolo che nessun occhio umano aveva mai visto prima (come la superficie del lato oscuro o un’eclissi solare vista dallo spazio profondo), a terra c’era bisogno di qualcuno che tenesse insieme i puntini. Qui entra in gioco il lavoro del professor Alfredo Garro. Insieme al suo team, Garro ha sviluppato lo standard “SpaceFOM”. Sembra un acronimo arido, ma è il “grammatico” della missione. Prima che il razzo decollasse, questo software ha permesso di far dialogare tra loro tutte le simulazioni della Nasa: la traiettoria, il comportamento dei motori, i sistemi di comunicazione e persino i guasti. In pratica, hanno testato il viaggio migliaia di volte in un ambiente virtuale perfetto, riducendo il margine di errore a zero.
Il contributo calabrese e il realismo della vita nello spazio
Non è retorica regionale, dunque, sottolineare come un “pezzo” di Calabria sia volato verso la Luna. Il lavoro svolto al DIMES dell’Unical, in collaborazione con il Johnson Space Center di Houston, è stato talmente preciso da essere adottato come standard per l’interoperabilità delle simulazioni. In un’epoca in cui si parla tanto di intelligenza artificiale e gemelli digitali, Garro ha costruito il ponte digitale che ha permesso alla Nasa di verificare la salute del volo prima ancora che il conto alla rovescia iniziasse. Una lezione di pragmatismo: per esplorare l’ignoto, la tecnologia deve essere non solo potente, ma anche perfettamente integrata.
Non mancano, ovviamente, i dettagli più terreni che rendono umana un’impresa così divina. Il paragone con le missioni Apollo non si ferma alla potenza dei computer. Se all’epoca gli astronauti usavano sacchetti adesivi per i bisogni più intimi, lasciando spesso la capsula in condizioni igieniche precarie, Orion dispone di un bagno vero e proprio con porta e aspirazione. Un dettaglio che, per una missione di 10 giorni con la prima donna in viaggio profondo, non è solo una comodità, ma una necessità. E se gli eroi di Apollo ascoltavano musicassette, quelli di Artemis 2 hanno portato tablet carichi di serie TV. La tecnologia è migliorata, ma la necessità di evadere dalla realtà claustrofobica di una lattina sospesa nel nulla, quella, è rimasta identica a cinquant’anni fa.




