Foibe: atti vandalici a Basovizza, la memoria resiste

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La foiba di Basovizza, luogo simbolo delle tragedie del confine orientale italiano, è stata oggetto di un vile atto vandalico poche ore prima del Giorno del Ricordo. Scritte in slavo, tra cui “Trieste è nostra” e “Morte al fascismo”, sono apparse sulla pietra che ricorda le vittime delle foibe, accompagnate da un numero, “161”, il cui significato rimane ancora da chiarire. Un gesto che, come sottolineato dal senatore Maurizio De Poli, non cancella la memoria storica ma ne ribadisce l’importanza, soprattutto in un’epoca in cui il racconto dei fatti rischia di essere offuscato da ideologie e strumentalizzazioni.

Basovizza, patrimonio condiviso e testimone delle ferite inferte all’Europa durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, rappresenta una pagina dolorosa della storia italiana. A ottant’anni di distanza, il ricordo delle migliaia di infoibati, vittime dell’odio e delle tensioni etniche, rimane un monito per le generazioni future. Raoul Pupo, storico triestino e tra i massimi esperti della questione, ha espresso rabbia e delusione per l’accaduto, definendo i responsabili “sciocchi” che tentano di riportare indietro le lancette della storia.

L’episodio ha scatenato reazioni politiche, con il premier Giorgia Meloni che ha parlato di “oltraggio”, mentre dal Partito Democratico e dai sindacati è arrivato un silenzio che, secondo alcuni osservatori, ricorda quello che per decenni ha avvolto la vicenda delle foibe. Un silenzio che, come evidenziato da più parti, ha contribuito a relegare nell’oblio una delle pagine più buie del Novecento italiano.

Le scritte, realizzate con vernice rossa, sono state scoperte da addetti comunali impegnati nei preparativi per la cerimonia del 10 febbraio, Giorno del Ricordo. Tra le frasi, spicca anche “Trieste è un pozzo”, un riferimento che sembra voler sminuire il significato della foiba, trasformandola in un simbolo di divisione piuttosto che di memoria condivisa.

La foiba di Basovizza, profonda oltre 200 metri, è uno dei luoghi più emblematici delle violenze subite dagli italiani durante e dopo il conflitto mondiale. Tra il 1943 e il 1945, migliaia di persone furono uccise e gettate nelle voragini carsiche, vittime di una pulizia etnica che colpì non solo fascisti, ma anche civili, antifascisti e chiunque si opponesse all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito.

L’atto vandalico, pur nella sua gravità, non ha intaccato il valore simbolico del luogo, che continua a rappresentare un ponte tra passato e presente. Come ha ricordato De Poli, è compito di tutti, soprattutto delle istituzioni e della scuola, raccontare alle nuove generazioni cosa è accaduto, affinché la stupidità e l’odio non prevalgano mai sulla verità.

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