L’incubo nucleare di Bushehr: raid Usa-Israele sfiorano la centrale iraniana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra in Medio Oriente, come un ciclo che non trova mai la sua conclusione, ha aggiunto un altro capitolo di fuoco e acciaio: nella quinta settimana di conflitto a Teheran, la capitale di quattordici milioni di abitanti, il sonno è ormai un lusso che nessuno può più permettersi. Una serie di esplosioni, che si sono succedute senza soluzione di continuità, ha infatti squarciato il cielo nei pressi della centrale nucleare di Bushehr, nell’Iran sud-occidentale, dove un’operazione congiunta – condotta da Stati Uniti e Israele – ha centrato il perimetro dell’impianto. L’agenzia ufficiale iraniana Irna ha riferito che un proiettile, probabilmente d’artiglieria o parte di un raid aereo più ampio, è caduto intorno alle 8:30 di sabato, uccidendo una guardia della sicurezza addetta alla struttura; le stesse fonti, però, tengono a precisare che gli edifici principali della centrale non hanno riportato danni strutturali.

Il pericolo silenzioso delle radiazioni

Questo è il quarto attacco che colpisce l’impianto costiero affacciato sul Golfo Persico, un luogo – non si dimentichi – dove la presenza di materiale radioattivo rende ogni incursione particolarmente rischiosa. Gli Stati Uniti, che hanno agito in coordinamento con Israele, hanno mirato all’area circostante senza apparentemente voler innescare una dispersione atomica; ma il solo fatto che un raid sfiori un reattore nucleare, per quanto le autorità locali neghino conseguenze immediate, riaccende lo spettro di un disastro ambientale che nessuno, qui, ha dimenticato dopo Chernobyl e Fukushima. La vittima, un lavoratore della sicurezza, rappresenta il primo decesso ufficialmente riconosciuto in relazione diretta con questi bombardamenti, anche se fonti sul campo parlano di almeno altri due feriti tra il personale di supporto.

Il fronte si allarga: Dubai, Riad e il caccia abbattuto

L’escalation, del resto, non si limita ai confini iraniani. A Dubai, dove un incendio è divampato in seguito a un attacco aereo non meglio identificato, non si registrano feriti – fortunatamente – mentre a Riad proseguono senza sosta le indagini sull’offensiva di venerdì: secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, quell’attacco avrebbe provocato ingenti danni all’ambasciata americana in Arabia Saudita. I Pasdaran, guardia rivoluzionaria iraniana, hanno prontamente smentito ogni loro coinvolgimento, scaricando la responsabilità su Israele con una formula ormai consueta. Nel frattempo, l’Iran ha rivendicato l’abbattimento di un secondo caccia statunitense precipitato nei pressi dello Stretto di Hormuz: la notizia, diffusa dall’agenzia Tasnim, trova una parziale conferma nel Wall Street Journal, dove però si precisa che il pilota del velivolo – contrariamente a quanto lasciano intendere le fonti iraniane – sarebbe illeso.

Una caccia senza tregua nei cieli di Teheran

Nella grande capitale, che conta quattordici milioni di anime strette nella morsa dei blackout e delle sirene, si dà ora la caccia al pilota del primo aereo abbattuto, quello di cui nessuno ha ancora ufficialmente confermato le condizioni. Le esplosioni che hanno scosso la città nelle ultime quarantotto ore, del resto, sembrano seguire una logica precisa: indebolire le difese aeree iraniane senza però innescare una reazione nucleare a catena. Una guardia della centrale di Bushehr ha perso la vita, lo ha scritto l’Irna, ma gli stessi comunicatori ufficiali tengono a sottolineare che l’integrità dell’impianto è stata preservata. Un dettaglio, questo, che non tranquillizza gli analisti: colpire quattro volte il perimetro di un reattore significa giocare con il fuoco, letteralmente, e chiunque lo sappia. L’ombra di un incidente radioattivo, anche solo per un cedimento secondario, è qualcosa che nessuna potenza – né WashingtonTel Aviv – può permettersi di gestire.

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