Proteste in Francia, il movimento "Blocchiamo tutto" non blocca affatto tutto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nella tradizione politica francese, che sovente affida il dissenso alla potenza simbolica della piazza, l’ultimo nato tra i movimenti di protesta si è presentato con un nome – “Blocchiamo tutto” – che è suonato fin da subito eccessivamente ambizioso, se non addirittura naïf. Nei fatti, come spesso accade con simili sommovimenti sociali, virulenti ma di corto respiro, a essere bloccate sono state soltanto alcune strade e una manciata di quartieri in diverse città della Francia, da Parigi a Marsiglia, da Nantes ad Avignone. Lo slogan comune, quello che ha fatto da collante a una galassia eterogenea di manifestanti – circa 197.000 in tutto il paese secondo le stime del ministero dell’Interno – è risuonato ossessivo: «Macron démission».

La protesta, che ha visto la partecipazione di circa 500 black bloc e di quelli che vengono definiti “francesi ric-rac”, non è riuscita nel suo intento più estremo, ma ha comunque catalizzato un malcontento popolare trasversale, i cui obiettivi spaziavano dalla richiesta di una tassazione più equa per i ricchi alla fine del capitalismo, fino a istanze di politica estera come la liberazione della Palestina e l’incarcerazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il ministero dell’Interno ha contato 596 manifestazioni e 253 blocchi, completati o almeno tentati, a dimostrazione di una mobilitazione diffusa, seppur non totalizzante come il nome del movimento lascerebbe intendere.

Di fronte a questa ondata di protesta, le forze dell’ordine sono state impegnate in massicci operativi di sgombero, con centinaia di fermi e arresti, mentre la reazione politica si è divisa tra chi invoca soluzioni istituzionali e chi preme per una risposta più dura. Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, ha dichiarato che dalla crisi si esce con il voto e non con l’insurrezione, marcando una distanza netta dai metodi puramente dimostrativi. Dall’altra parte, Marylise Léon, segretaria generale del sindacato Cfdt, ha lanciato un monito al nuovo primo ministro Sébastien Lecornu, esortandolo a “pensare diversamente” in vista della cruciale elaborazione della legge di bilancio e guardando già alla prossima mobilitazione indetta per il 18 settembre.

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