Il Pkk annuncia la fine della lotta armata: "Compita la missione storica, ora spazio alla politica"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   «I quadri del Pkk dovrebbero poter partecipare alla vita politica in Kurdistan e in Turchia». Zübeyir Aydar, membro del comitato esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (Kck), non usa mezzi termini nel descrivere la svolta epocale decisa dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che ieri ha annunciato lo scioglimento della sua struttura armata. Una decisione maturata dopo mesi di negoziati tra il leader storico Abdullah Öcalan e lo Stato turco, con l’obiettivo di risolvere la questione curda attraverso canali pacifici. «Il movimento è unito», aggiunge Aydar, sottolineando come la scelta sia stata approvata all’unanimità dal congresso.

Quarantasei anni dopo la sua fondazione, nel 1978, il Pkk chiude un capitolo segnato da conflitti, repressioni e battaglie che hanno insanguinato il sud-est della Turchia e oltre. «Il Pkk ha compiuto la sua missione storica», si legge nel comunicato diffuso il 12 maggio, che definisce la fine delle attività armate come «un passo necessario per una rivoluzione democratica». Un cambiamento radicale, che sposta il campo di azione dalla guerriglia alla politica, lasciando però aperte questioni cruciali: dall’accoglienza della società turca, ancora scettica, alle mosse del presidente Recep Tayyip Erdoğan, che negli anni ha oscillato tra aperture e repressioni durissime.

Non è la prima volta che il Pkk prova a imboccare la strada del dialogo. Già nel 2013, un cessate il fuoco unilaterale aveva acceso timide speranze, presto spente dall’offensiva turca nei territori curdi siriani. Ma oggi il contesto è diverso. Aydar parla di «una nuova fase», in cui la lotta per i diritti del popolo curdo dovrà passare dalle urne e dalle istituzioni. Resta da capire se Ankara, che per decenni ha criminalizzato ogni forma di attività legata al Pkk, accetterà di riconoscere un soggetto politico finora considerato fuorilegge.

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