Dazi, l'opposizione chiede l'informativa di Meloni alla Camera dopo la sentenza Usa
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La richiesta è arrivata corale, un fronte compatto che riunisce Avs, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Italia Viva, e porta la firma dei rispettivi capigruppo a Montecitorio: si vuole la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in Aula per un'informativa urgente. Oggetto della convocazione, che le opposizioni premono per calendarizzare quanto prima, è la posizione ufficiale dell'esecutivo sulla nuova tornata di dazi voluta da Donald Trump, forte della sua rielezione alla Casa Bianca, e sulla quale la Corte suprema degli Stati Uniti si è recentemente espressa. Un pronunciamento, quello dei giudici americani, che ha di fatto riaperto il dossier commerciale, spingendo le forze di minoranza a chiedere chiarezza, e subito, su quali siano le intenzioni del governo italiano: se intenda, per esempio, autorizzare le grandi aziende a partecipazione pubblica a richiedere il rimborso delle tariffe dichiarate illegittime, o quale strategia intenda adottare in sede europea per scongiurare una guerra commerciale -2-4-5.
La mossa delle opposizioni, concretizzatasi nella presentazione della richiesta formale, si inserisce in un clima politico tesissimo, segnato da dichiarazioni pungenti e reciproche accuse. Antonio Misiani, responsabile economico del Partito Democratico, ha utilizzato meta eloquenti per descrivere l'atteggiamento della premier, rea a suo dire di un silenzio assordante. “È tempo che Giorgia Meloni smetta di fingersi morta, abbandoni la strategia dell’opossum e dica con chiarezza cosa intende fare il governo italiano”, ha attaccato Misiani, sottolineando come, unica tra i leader europei, la presidente del Consiglio non abbia ancora speso una parola pubblica sulla vicenda -5. Un silenzio, quello di Palazzo Chigi, che secondo il Partito Democratico stride con la prontezza con cui altri governi, come quello francese, hanno invece reagito al verdetto, e che alimenta il sospetto di una subalternità italiana alle direttive della nuova amministrazione statunitense.
Di tenore completamente diverso, come prevedibile, la replica arrivata dal governo e dalla maggioranza. Il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha cercato di spegnere sul nascere quello che ha definito un allarmismo ingiustificato. Se da un lato ha ribadito la contrarietà di principio dell'esecutivo alla politica dei dazi, giudicandola un errore che non giova alle economie di entrambe le sponde dell'Atlantico, dall'altro ha messo in guardia dal farsi prendere da “pulsioni di ritorsioni commerciali”. Un riferimento, il suo, alla tentazione di rispondere colpo su colpo agli annunci di Trump, una strada che Parigi avrebbe invece mostrato di voler percorrere parlando di un "bazooka" finanziario. Foti è stato netto: usare strumenti così pesanti sarebbe una mossa stupida, capace solo di aggravare una situazione già complessa. Per il ministro, l'unica via percorribile è quella del dialogo e della ponderazione, evitando di alimentare un clima di tensione che danneggerebbe l'export italiano, stimato in oltre settanta miliardi di euro verso gli Stati Uniti, e più in generale la stabilità dell'intero sistema economico europeo -6.
Lo scontro politico tra invidie e strategie dell'opposizione
La dialettica politica, in queste ore, si è spinta ben oltre la semplice richiesta di trasparenza parlamentare, assumendo i toni di uno scontro frontale. Da una parte, il governo attraverso le parole di Foti, che non ha esitato a liquidare le critiche di Elly Schlein e Giuseppe Conte come semplici manifestazioni d'invidia. Vedere Meloni osannata all'estero, ovunque vada, mentre dei leader dell'opposizione si fa fatica persino a ricordare il cognome, deve essere una sensazione dura da digerire, ha lasciato intendere il ministro, quasi a voler suggerire che la richiesta di fare chiarezza in Aula nasconda in realtà una frustrazione per il successo internazionale della presidente del Consiglio. Dall'altra parte, l'opposizione insiste sulla necessità di fare luce sul merito della questione, sottolineando come l'atteggiamento attendista del governo rischi di tradursi in un danno concreto per il tessuto produttivo nazionale. La domanda che i partiti di minoranza rivolgono all'esecutivo è se sia pronto a difendere le imprese italiane e a giocare un ruolo attivo in Europa, o se invece la sua politica estera sia destinata a rimanere in una posizione di subalternità, in attesa di capire quali saranno le prossime mosse del presidente Trump.
Il silenzio di Palazzo Chigi e i nodi economici da sciogliere
Mentre la politica si divide, il nodo sostanziale rimane sul tavolo: la sentenza della Corte suprema americana ha aperto uno squarcio nelle relazioni commerciali, e l'Italia, con la sua forte vocazione all'export, è tra i paesi potenzialmente più esposti. La richiesta delle opposizioni si concentra proprio sugli aspetti pratici: cosa intenda fare il governo per tutelare le filiere produttive, se autorizzerà le aziende a rivalersi sui dazi pagati e poi dichiarati illegittimi, e quale sia la strategia per evitare che le merci italiane finiscano nel mirino di nuove rappresaglie. La sensazione, dalle dichiarazioni dei vari esponenti politici, è che si stia consumando uno scontro non solo sulla politica economica, ma anche sul ruolo che l'Italia intende ritagliarsi nel nuovo equilibrio globale tra Stati Uniti ed Europa. Un confronto che, al di là delle invettive e delle accuse incrociate, trova nella richiesta di un'informativa urgente il suo primo, formale atto parlamentare.




