La spinta del Mezzogiorno traina il mercato del lavoro, che segna un minimo storico per la disoccupazione
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Redazione Interno
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Il mercato del lavoro italiano, dopo un triennio di trend positivo, sembra ormai aver imboccato una rotta stabile, contraddistinta da una crescita costante degli occupati e da una tendenza, seppur con fisiologiche oscillazioni, alla riduzione del tasso di disoccupazione. Una dinamica che, come confermato dai dati Istat relativi a luglio, non può più prescindere dal contributo determinante del Mezzogiorno, il cui ruolo è uscito dalla marginalità per diventare motore primario. Già nel primo trimestre del 2025, il numero di occupati al Sud aveva toccato i 6,48 milioni, rappresentando il 26,9% del totale nazionale ma crescendo, sull’anno precedente, del 2,8%, una percentuale che supera ampiamente la media italiana ferma all’1,8%; contestualmente, il numero dei disoccupati è calato del 9,7%, portandosi a 933mila unità.
Il dato di luglio, che segna un +13.000 occupati su base mensile e un significativo +218.000 su base annua, ha permesso al tasso di disoccupazione di scendere al 6%, un livello che non si registrava dall’estate del 2007, immediatamente prima dello scoppio della crisi mondiale dei subprime. Dopo diciotto anni, durante i quali la percentuale aveva toccato picchi del 13,4%, il paese può dunque osservare un numero di disoccupati che si traduce in poco più di un milione e mezzo di persone. L’Istat, nel diffondere le cifre, ha precisato che un risultato del genere è frutto non solo dell’aumento degli occupati, ma anche della crescita degli inattivi, ovvero di coloro che – pur non avendo un impiego – non ne cercano uno attivamente, uscendo quindi dalle statistiche sulla disoccupazione.
Proprio la questione degli inattivi, unitamente alla composizione qualitativa delle nuove assunzioni, rappresenta il rovescio della medaglia di un quadro altrimenti incoraggiante. Se da un lato, infatti, il numero complessivo di occupati ha raggiunto i 24 milioni e 217mila unità e la disoccupazione giovanile è scesa al 18,7%, dall’altro la crescita riguarda in misura preponderante gli over 50 e continua a registrarsi un netto divario di genere, con le donne ancora relegate ai margini del mercato del lavoro. La natura dei contratti, poi, rimane in larga parte precaria, un dettaglio che smorza gli entusiasmi e che viene spesso sottolineato da chi contesta letture trionfalistiche dei dati.




