Morte Fakir, la sorella di Abderrahim: "Fiducia nella giustizia italiana"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Sono bastate poche, misurate parole per restituire un barlume di serenità a una famiglia che, da nove giorni, vive il dramma della perdita di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto al termine di un fermo di polizia nel quartiere Pilastro di Bologna. La sorella, Khadija, e la nipote, Yossra, hanno incontrato il capo della Polizia, Vittorio Pisani, nella questura del capoluogo emiliano, e al termine del colloquio privato hanno voluto condividere con i cronisti un messaggio di cauto affidamento alle istituzioni.
"Abbiamo fiducia nella giustizia italiana e anche della Polizia", ha dichiarato Khadija Fakir, stringendo la mano della giovane nipote, mentre lasciavano l'edificio di via Galilei, segnando un momento di distensione dopo giorni di silenzio e dolore. La visita di Pisani, giunto a sorpresa a Bologna per un sopralluogo, si è così trasformata in un gesto istituzionale di forte impatto umano, volto ad ascoltare direttamente le voci di chi chiede verità su quanto accaduto nella serata del 19 luglio scorso, quando la vita del tunisino si è spenta in circostanze ancora al vaglio della magistratura.
L'incontro in Questura e le parole della famiglia
L'incontro, durato circa un'ora, ha rappresentato il primo faccia a faccia tra i vertici della polizia e i parenti della vittima da quando la procura ha aperto un fascicolo per fare piena luce sulla dinamica del decesso. La sorella di Abderrahim, visibilmente provata ma composta, ha ribadito la sua posizione con un tono che lascia trasparire una ritrovata speranza nelle procedure giudiziarie italiane.
"Siamo fiduciose", ha ripetuto Khadija rispondendo alle domande dei giornalisti accorsi all'uscita della questura, parole che riecheggiano come un contraltare alla tensione che ha caratterizzato i primi giorni successivi alla tragedia. La nipote Yossra, che ha sempre affiancato la zia in questa fase delicata, ha ascoltato in silenzio, partecipando con la sua sola presenza a un atto che ha voluto essere di vicinanza e di trasparenza da parte delle forze dell'ordine.
Il capo della Polizia, dal canto suo, ha voluto incontrare personalmente le due donne per esprimere il cordoglio dell'amministrazione e assicurare il massimo impegno nel percorso di accertamento dei fatti, un gesto che ha contribuito a stemperare il clima di sospetto che talvolta avvolge le operazioni di polizia quando si verificano episodi così drammatici.
I volontari della Croce Rossa e lo "scudo penale"
Mentre la famiglia iniziava a ricevere le prime rassicurazioni, il fronte investigativo si arricchiva di un tassello fondamentale legato ai tentativi di rianimazione. I quattro volontari della Croce Rossa – tre uomini e una donna – che quella domenica sera accorsero al Pilastro per prestare soccorso al 42enne, sono già stati ascoltati dai pubblici ministeri, offrendo la loro versione degli ultimi concitati minuti di vita di Abderrahim.
La loro posizione, insieme a quella dei due agenti di polizia che hanno effettuato il fermo, è stata inserita nel cosiddetto fascicolo modello 45-bis, lo strumento giuridico noto come "scudo penale" che garantisce una protezione particolare per chi interviene in situazioni di emergenza, al fine di evitare denunce strumentali per atti compiuti in stato di necessità.
I sanitari, interpellati dalla procura, hanno ricostruito la sequenza delle manovre effettuate per strappare alla morte il 42enne, sostenendo di aver fatto tutto il possibile per salvarlo, nel tentativo di contrastare un malore che si sarebbe manifestato con violenza improvvisa al culmine dell'operazione di polizia.
Il riepilogo dei fatti e la richiesta di un nuovo corpo investigativo
A nove giorni dalla tragica scomparsa, la vicenda si riassume in pochi, crudeli istanti: il fermo eseguito dagli agenti nella zona del Pilastro, il repentino aggravarsi delle condizioni di salute di Fakir e l'arrivo dei soccorsi che, nonostante l'intervento tempestivo, non sono riusciti a evitare il decesso.
La procura di Bologna, come da prassi, ha aperto un'indagine conoscitiva per chiarire ogni aspetto della dinamica, iscrivendo nel registro degli indagati sia i poliziotti che i volontari della Croce Rossa, un atto dovuto che consente loro di nominare consulenti e partecipare alle verifiche tecniche. In questo scenario, il legale della famiglia ha sollevato una richiesta che potrebbe ridisegnare i confini dell'inchiesta: affidare le indagini a un corpo investigativo diverso dalla polizia giudiziaria territoriale, nella speranza di garantire una terzietà assoluta nel reperimento delle prove.
La proposta, avanzata con cautela dagli avvocati dei parenti, mira a scongiurare qualsiasi conflitto di interessi, pur senza mettere in discussione la buona fede degli agenti coinvolti, in un passaggio cruciale che la magistratura dovrà valutare nelle prossime settimane.
Il racconto dei sanitari e il fascicolo 45-bis
Il racconto reso dai quattro volontari della Croce Rossa si inserisce in un mosaico di dichiarazioni che gli inquirenti stanno mettendo insieme con la precisione di un orologiaio, incrociando ogni dettaglio con i referti medici e i rilievi effettuati sulla scena. L'inserimento nel fascicolo 45-bis non rappresenta un'accusa, bensì una garanzia procedurale che la legge italiana riserva a tutti coloro che, come i sanitari, operano in contesti ad alto rischio per salvare vite umane, proteggendoli da eventuali ripercussioni legali per le scelte compiute in frazioni di secondo.
La loro testimonianza, ascoltata con attenzione dai pm, ha confermato la tempestività dell'intervento e l'intensità delle manovre rianimatorie, gettando luce su un aspetto della vicenda che spesso rimane in ombra rispetto alla fase più cruenta dell'arresto. Con la morte di Abderrahim Fakir che continua a sollevare interrogativi, la procura si trova ora a dover gestire un delicato equilibrio tra l'esigenza di trasparenza e la tutela del lavoro degli operatori, in attesa di sviluppi che potrebbero arrivare dall'autopsia e dagli accertamenti tossicologici disposti dagli esperti.
Il cordoglio istituzionale e il futuro dell'inchiesta
L'incontro tra il capo della Polizia e i familiari si è concluso con un rinnovato impegno delle istituzioni a non lasciare zone d'ombra su una vicenda che ha scosso profondamente la comunità bolognese, al di là di ogni contrapposizione politica. La sorella e la nipote, dopo aver ascoltato le parole di Pisani, hanno manifestato un atteggiamento più disteso, pur restando in attesa di risposte concrete che solo gli atti processuali potranno fornire.
Sul tavolo della procura rimangono le richieste di ulteriori accertamenti e la possibilità che il fascicolo venga integrato con nuove consulenze tecniche, mentre il legale della famiglia continua a premere per un cambio di passo nelle indagini, auspicando che un corpo esterno possa prendere in mano il testimone per fugare ogni dubbio.
La strada verso la verità, come spesso accade in questi casi, si preannuncia lunga e tortuosa, ma le dichiarazioni rilasciate al termine dell'incontro in questura lasciano intendere che, almeno per ora, la fiducia riposta nella giustizia italiana rappresenta l'unico argine contro il dolore e lo smarrimento di una perdita che nessuna indagine potrà mai davvero risarcire.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
