Il siluro Usa affonda una fregata iraniana al largo dello Sri Lanka, Teheran promette vendetta
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Redazione Esteri
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Il quinto giorno del conflitto aperto tra l’alleanza israelo-americana e la Repubblica Islamica dell’Iran ha segnato un’escalation senza precedenti, con il teatro delle operazioni che si è spostato ben oltre i confini mediorientali per raggiungere le acque dell’Oceano Indiano. Un sottomarino della Marina degli Stati Uniti ha silurato e affondato la fregata iraniana IRIS Dena, cogliendo di sorpresa il mondo diplomatico e militare, e portando la firma di un’azione bellica che mancava dalla Seconda Guerra Mondiale. L’attacco, secondo le prime ricostruzioni, è avvenuto a circa quaranta chilometri dalla costa meridionale dello Sri Lanka, un’area di acque internazionali dove la nave, reduce dalla partecipazione a un’esercitazione navale multinazionale ospitata dall’India, stava facendo rotta verso casa. Le operazioni di soccorso, condotte dalle autorità dello Sri Lanka, hanno consentito il recupero di trenta superstiti e di ottantasette corpi senza vita, mentre per il resto dei centottanta membri dell’equipaggio si teme la morte, con le ricerche che continuano in un tratto di mare disseminato di chiazze di petrolio e rottami. L’attacco, che ha utilizzato un siluro Mk48 definito dai vertici del Pentagono “morte silenziosa”, è stato rivendicato con orgoglio dal segretario alla Guerra Pete Hegseth e dal generale Dan Caine, il quale ha parlato della dimostrazione della capacità statunitense di cacciare e annientare un obiettivo nemico in qualsiasi angolo del pianeta.
L’ira di Teheran e l’offensiva curda nel mirino
La reazione della leadership iraniana non si è fatta attendere, condensandosi nelle parole durissime del ministro degli Esteri Abbas Araqchi. In un messaggio pubblicato sui suoi canali social, il capo della diplomazia di Teheran ha definito l’affondamento della fregata – la quale, a suo dire, ospitava circa centotrenta marinai ed era “ospite” della Marina Indiana – come un’“atrocità” e una “follia” compiuta senza alcun preavviso in acque internazionali. Araqchi ha voluto lanciare un monito preciso, affermando che gli Stati Uniti “rimpiangeranno amaramente” il precedente che hanno stabilito, un’avvertenza che riecheggia minacciosa nei corridoi della diplomazia globale. Sul fronte interno, intanto, la Fondazione dei Martiri e degli Affari dei Veterani ha aggiornato il tragico computo delle vittime sul suolo iraniano, superando quota millequarantacinque tumulati, un numero che non tiene conto dei feriti e dei dispersi sotto le macerie dei bombardamenti che continuano a colpire obiettivi militari ma anche infrastrutture civili, come scuole e quartieri residenziali della capitale.
Parallelamente all’escalation navale, il conflitto ha visto aprirsi un altro fronte, questa volta nel Kurdistan iracheno. Fonti ufficiali di Teheran hanno annunciato il lancio di un attacco missilistico contro quello che è stato descritto come il quartier generale delle forze curde considerate oppositrici della rivoluzione. Tre ordigni hanno preso di mira le postazioni di questi gruppi, in una regione che già da giorni è bersaglio di droni e incursioni, e che ospita al suo interno truppe americane, aumentando ulteriormente il rischio di un allargamento del conflitto a tutto il Vicino Oriente. La mossa, letta dagli analisti come una rappresaglia per i raid che hanno colpito il nord-ovest dell’Iran e le strutture dei Pasdaran, conferma la volontà di Teheran di colpire gli alleati regionali di Washington ovunque essi si trovino.
La Nato intercetta un missile, il caos nell’energia
La deflagrazione del conflitto sta producendo onde d’urto a catena che investono anche paesi formalmente estranei allo scontro diretto. La Turchia, membro della Nato, ha reso noto che le difese dell’Alleanza Atlantica sono state attivate per intercettare un missile balistico lanciato dall’Iran che si dirigeva verso il suo spazio aereo, un episodio che ha costretto Ankara a una delicata gestione della propria sovranità e dei rapporti con l’alleato americano. Se da un lato lo Stato Maggiore iraniano ha frettolosamente negato qualsiasi intenzione ostile nei confronti del governo di Erdogan, ribadendo il rispetto per la sovranità turca, dall’altro l’accaduto dimostra come la gittata dei vettori in uso ai Guardiani della Rivoluzione possa involontariamente coinvolgere paesi terzi, rischiando di allargare il perimetro del conflitto. Sul fronte energetico, poi, il quadro si fa sempre più cupo: le acque del Golfo, e in particolare lo Stretto di Hormuz, sono ormai un campo di battaglia dove le tensioni tra la Marina dei Pasdaran e le forze statunitensi hanno già paralizzato il traffico delle petroliere, con conseguente impatto sui prezzi globali del greggio.
I riflessi diplomatici e lo stallo al Senato americano
Mentre le bombe cadono su Teheran e i sottomarini pattugliano l’Oceano Indiano, sul versante politico statunitense l’amministrazione del presidente Trump incassa un importante voto di fiducia. Il Senato, a maggioranza repubblicana, ha infatti bocciato la risoluzione presentata dai democratici che mirava a imporre uno stop ai poteri di guerra concessi al commander in chief, di fatto legittimando la prosecuzione della campagna militare. L’amministrazione, attraverso le parole del segretario Hegseth, ha lasciato intendere che le operazioni potrebbero durare ancora a lungo, forse otto settimane, se non di più. In questo quadro di scontro totale, si inseriscono anche le voci provenienti dal Medio Oriente allargato: il Qatar ha proceduto all’evacuazione dei residenti che vivono nei pressi dell’ambasciata americana a Doha, dopo che un missile balistico iraniano ha preso di mira la base aerea di Al-Udeid, scatenando il panico nella capitale e costringendo le autorità locali a misure di sicurezza straordinarie. La guerra, ormai, non risparmia più nessuno.




