Un rettorato lungo quindici anni, il cordoglio dell’ateneo e della città per Roversi Monaco

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Bologna si è svegliata più povera, privata di una di quelle figure che, per decenni, hanno saputo intrecciare il destino dell’ateneo con quello della città stessa. La scomparsa di Fabio Roversi Monaco, avvenuta a 87 anni, lascia un vuoto che le parole del cordoglio ufficiale faticano a colmare, limitandosi a restituire la dimensione istituzionale di un uomo che, per lunghi tratti della storia recente, è stato un punto di riferimento ineludibile per l’Alma Mater e non solo.

A parlare per prima è l’università che lui stesso ha guidato per quindici anni, dal 1985 al 2000, un rettorato tra i più lunghi nella storia dell’ateneo. L’attuale rettore, Giovanni Molari, lo ha ricordato con una formula che tenta di sintetizzare l’essenza di un’eredità complessa: Roversi Monaco, ha detto, è stato una delle “figure più autorevoli e rappresentative”, capace di guidare l’Ateneo “con visione, determinazione e profondo senso delle istituzioni”. Non si tratta solo di una constatazione affettuosa, ma della consapevolezza che la proiezione internazionale di cui oggi gode l’università bolognese affonda le radici proprio in quegli anni. Fu sotto la sua guida, infatti, che vennero promosse iniziative destinate a cambiare il volto dell’istruzione superiore europea, come la Magna Charta Universitatum del 1988 – firmata da oltre quattrocento rettori – e il cosiddetto Processo di Bologna, che nel 1999 portò alla dichiarazione dei ministri dell’Istruzione di ventinove paesi, gettando le basi per lo spazio europeo dell’alta formazione.

Ma il cordoglio, come prevedibile, non si è fermato ai cancelli di via Zamboni. Il sindaco Matteo Lepore, nel rivolgere il saluto della città, ha scelto una definizione che è subito rimbalzata tra le cronache, quella di “persona dal multiforme ingegno”. Una definizione che prova a restituire la complessità di un giurista, professore emerito di Diritto amministrativo, che ha saputo spaziare dalla cattedra alla gestione di grandi istituzioni finanziarie e culturali. Lepore ha sottolineato come Roversi Monaco, nel suo ruolo di rettore, abbia “contribuito in modo decisivo all’affermazione di Bologna come città internazionale della conoscenza”, costruendo relazioni con figure di spicco della cultura e della politica globale.

Dallo sviluppo del multicampus alla valorizzazione del patrimonio culturale

Il lascito di Roversi Monaco, tuttavia, non si esaurisce nella dimensione patrizia delle relazioni internazionali. A guardare indietro, emerge con chiarezza il suo ruolo nel ridisegnare la geografia stessa dell’università. Fu lui a promuovere la strutturazione del sistema multicampus, un modello che all’epoca rappresentò una scommessa, consentendo all’ateneo di espandersi in modo equilibrato su tutto il territorio regionale, rafforzando la presenza in Romagna dove oggi le sedi universitarie rappresentano una realtà consolidata. Una scelta, questa, che molti amministratori locali hanno voluto ricordare in queste ore, riconoscendo in quella lungimiranza il seme dello sviluppo odierno.

Terminata l’esperienza di rettore, il suo impegno non conobbe soluzione di continuità. Alla guida della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, dal 2000 al 2013, così come in seguito alla presidenza di Banca Imi, Roversi Monaco spostò il baricentro della sua azione verso la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico. Il progetto Genus Bononiae, un sistema museale diffuso capace di restituire la storia cittadina attraverso palazzi restaurati e percorsi culturali, porta in larga misura la sua firma. Un impegno, quello per la cultura, che lo vide anche ideare il Festival della Scienza Medica nel 2015, dimostrando una curiosità intellettuale che non conosceva steccati disciplinari.

La carriera accademica e gli incarichi di vertice

Giurista di formazione, la sua carriera accademica era decollata presto: in cattedra a ventinove anni, aveva insegnato Diritto costituzionale per poi dedicarsi al Diritto amministrativo, diventando un punto di riferimento per generazioni di studenti. Il suo nome è legato anche alla Scuola di Specializzazione in Studi sull’Amministrazione Pubblica (Spisa), che diresse per quasi trent’anni, promuovendo in Italia i primi master per giuristi d’impresa e la scuola di specializzazione in Diritto sanitario. Un impegno costante che gli valse, nel corso della vita, numerosissimi riconoscimenti: oltre alla laurea ad honorem in Medicina e Chirurgia conferitagli dall’Alma Mater, ricevette lauree honoris causa da più di venti università nel mondo, dalle prestigiose Sorbona di Parigi alla Johns Hopkins di Baltimora, a testimonianza di una reputazione scientifica che varcava i confini nazionali.

La sua statura istituzionale trovò riconoscimento anche in ambito politico e imprenditoriale. Fu amministratore delegato dell’Istituto Giovanni Treccani per l’Enciclopedia Italiana e sedette in consigli di amministrazione di primarie realtà, ma – come emerso da rievocazioni biografiche – sembra abbia declinato diverse chiamate dirette in politica, preferendo rimanere nell’alveo delle istituzioni culturali e accademiche. A ricordarlo, in queste ore, non sono solo gli attuali vertici cittadini ma anche figure del passato come l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha voluto sottolineare il legame affettivo e professionale che li univa fin dagli anni della giovinezza, quando gli studi in via Zamboni affacciavano sullo stesso pianerottolo.

L’ultimo saluto tra Santa Lucia e la cattedrale

L’ateneo e la diocesi hanno già predisposto le cerimonie per tributare l’ultimo saluto a quello che è stato uno dei protagonisti assoluti della vita cittadina dell’ultimo mezzo secolo. Le esequie accademiche si terranno lunedì 30 marzo nell’Aula Magna di Santa Lucia, la stessa chiesa sconsacrata che lui stesso, durante il suo rettorato, volle restaurare per restituirla all’uso pubblico e accademico. A partire dalle 11 sarà aperta la porta per consentire la partecipazione, mentre alle 12 è previsto il rito accademico. Nel pomeriggio, alle 14.30, il funerale sarà celebrato nella cattedrale di San Pietro dall’arcivescovo Matteo Zuppi.

Mentre la città si prepara a questi momenti di commiato, restano impressi gli aggettivi usati da chi lo ha conosciuto: “visione”, “determinazione”, ma anche “multiforme ingegno”. Un’eredità, quella che lascia, fatta di mattoni e di idee, di leggi e di diplomazia culturale, che per molti versi ha contribuito a definire l’identità contemporanea di Bologna, trasformandola da città di sapere locale a crocevia internazionale della conoscenza.

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