Sei Nazioni: l’Italia riparte da Pani, l’Irlanda rivoluziona la macchina di Farrell
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Redazione Sport
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La notizia, arrivata nel pomeriggio dalla sede della Federazione Italiana Rugby, sancisce una sostituzione secca che Gonzalo Quesada, commissario tecnico della Nazionale, ha dovuto articolare più per necessità che per una scelta tecnica meditata a tavolino. L’assenza di Nacho Brex, costretto a lasciare il ritiro per questioni personali e quindi a rinunciare a quella maglia da titolare che aveva indossato – tra l’altro – nel giorno del suo cinquantesimo caps contro la Scozia, ha aperto uno squarcio nel pacchetto arretrato; uno squarcio che l’allenatore argentino ha deciso di ricucire promuovendo dal nulla un giocatore, Lorenzo Pani, che sembrava destinato a un ruolo di comprimario. Pani, estremo delle Zebre, torna così a calcare il prato dell’Aviva Stadium da numero quindici titolare a quasi due anni esatti dalla sua ultima volta, intervallata da una sequela di infortuni che ne avevano frenato la progressione proprio quando il salto di qualità sembrava imminente -1-4-8.
La riorganizzazione del triangolo allargato e della linea dei centri, va detto, non è un semplice innesto meccanico. Quesada ha spostato Leonardo Marin – il quale all’Olimpico aveva convinto proprio nel ruolo di estremo, mostrando un piede destro calibrato e letture difensive puntuali – al centro, affiancandolo a Tommaso Menoncello. Una rotazione che produce uno spostamento a catena, con Menoncello che si allarga di una maglia per prendere il posto lasciato libero da Brex -7-9. Non è una difesa improvvisata, ma una ristrutturazione ragionata del reparto arretrato, dove l’assenza di Ange Capuozzo – rientrato sì in gruppo dopo la frattura a un dito ma giudicato ancora non al top per una partita di questa intensità – non ha indotto il selezionatore a forzature azzardate -9.
Del resto, la filosofia di Quesada è sempre apparsa chiara: non si altera un meccanismo che ha appena funzionato, anche a costo di sacrificare un innesto di prima fascia. La prestazione offerta sabato scorso contro la Scozia, sebbene condizionata da una pioggia incessante che aveva trasformato il terreno dell’Olimpico in una trappola fangosa, era stata una prova di maturità collettiva, culminata in trenta fasi difensive consecutive che avevano strozzato l’ultimo affondo scozzese -5. È da lì che bisogna ripartire, e infatti il blocco dei trequarti, fatta eccezione per l’innesto di Pani, resta intatto con Louis Lynagh e Monty Ioane sulle ali e la coppia Garbisi-Fusco a dirigere le operazioni in mediana -1-7.
L’Irlanda e le sue sei crepe: il turnover che sa di scossa
Se l’Italia cambia una pedina per necessità affettive, l’Irlanda di Andy Farrell ne cambia sei per necessità strategiche. La sconfitta patita al Stade de France contro i Bleus – un 36-14 che non ammette attenuanti – ha squarciato il velo di onnipotenza che avvolgeva una squadra abituata a dettare legge nel Vecchio Continente -3-6. Farrell, di fronte a un’inerzia negativa, ha reagito con un turnover profondo, quasi una rivoluzione silenziosa. Via il mediano di mischia titolare, dentro Craig Casey; in terza linea la metamorfosi è ancora più radicale, con Cormac Izuchukwu inserito sul lato cieco e Jack Conan promosso a numero otto, mentre Caelan Doris slitta sul lato aperto -3.
Non è soltanto un cambio di uomini, ma un cambio di equilibri. L’Italia troverà di fronte un’Irlanda ferita nell’orgoglio e costretta a fare a meno, tra gli altri, del suo faro Mack Hansen e del pilone sinistro titolare; un’Irlanda che, paradossalmente, potrebbe accusare la pressione di dover vincere a tutti i costi davanti al pubblico amico dell’Aviva Stadium. E qui si innesta il dato storico che aleggia sull’incontro: sarà il trentanovesimo confronto assoluto, il decimo in quello stadio, e per gli azzurri si tratta di una cattedrale nel deserto dove non hanno mai vinto nell’era del Sei Nazioni -1-8.
Il banco di prova di Pani e la panchina dei desideri
Per Lorenzo Pani, però, la storia collettiva conta meno della cronaca personale. Il ragazzo classe 2002, rimasto ai margini per guai fisici che ne avevano offuscato le doti balistiche e di lettura, si trova ora tra le mani una chance che ha il sapore della rinascita. Non sarà chiamato soltanto a difendere, ma anche a proporre, a dare profondità a un attacco che contro la Scozia ha faticato a trovare varchi contro una difesa organizzata. La sua capacità di calciare in spazi aperti e di attaccare la linea difensiva avversaria sarà messa sotto esame da un bunker verde che, pur ferito, conserva strutture difensive di altissimo lignaggio.
Dall’altra parte, la panchina azzurra presenta qualche novità interessante: l’inserimento di David Odiase, flanker di origine nigeriana con un passato nei provini del Milan, e la conferma di Paolo Odogwu tra i riserve segnalano un cambio di passo nella gestione delle risorse umane. Quesada ha optato per una panchina a sei avanti e due trequarti, scelta che tradisce la volontà di tenere duro nel confronto fisico e di avere peso specifico nei minuti conclusivi -7-9.
Dublino come spartiacque: numeri e incroci del destino
L’Italia arriva a questo appuntamento forte del nono posto nel ranking mondiale, scavalcando proprio la Scozia, e con una classifica del torneo che la vede a punteggio pieno dopo una sola giornata -6. Non accadeva da tempo di considerare gli azzurri non come vittime sacrificali, ma come possibile ago della bilancia del torneo. L’Irlanda, retrocessa al quinto posto del ranking, subisce invece la pressione di un sistema che dopo anni di trionfi mostra incrinature strutturali: la mischia ha sofferto a Parigi, la touche ha perso continuità e la circolazione del pallone è apparsa farraginosa.
Sarà l’Aviva Stadium, sabato alle 15.10 ora italiana, a decretare se la modifica singola di Quesada vale quanto i sei innesti di Farrell. Da una parte un gruppo che ha imparato a soffrire insieme e che non si scompone di fronte all’assenza del suo centro titolare; dall’altra una corazzata che prova a cambiare pelle per non affondare nel fango di un inizio amaro. Non c’è spazio per pronostici, solo per fatti: il pallone ovale rotolerà su un prato inglese, e la storia – quella con la esse minuscola delle statistiche – aspetterà novanta minuti per riscrivere le gerarchie di questo vecchio, eterno torneo.




