Quesada ridisegna il triangolo allargato, solo un cambio per l’Italia a Dublino mentre l’Irlanda si presenta stravolta e Hollie Davidson prepara l’esordio storico nel Sei Nazioni maschile

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La panchina della squadra, complice l’assenza di Nacho Brex che nella settimana che ha preceduto la trasferta irlandese ha dovuto abbandonare il raduno per motivi familiari – una circostanza che Gonzalo Quesada ha gestito senza tentennamenti né esperimenti azzardati –, ha prodotto una riorganizzazione del reparto arretrato che sposta Leonardo Marin al centro, ruolo già calcato in passato seppur non abituale, e rilancia finalmente Lorenzo Pani dal primo minuto con la maglia numero quindici. Il ritorno di Pani, che indossava quella casacca in azionario quasi due anni or sono e che nel frattempo ha accumulato minuti nelle Zebre e pazienza negli spogliatoi senza mai lamentare la concorrenza, rappresenta una scelta ponderata: il ct argentino, lo si è capito dai suoi ragionamenti diffusi in conferenza, valuta la crescita dell’estremo soprattutto nella lettura dei calci di contestazione e nella capacità di dialogare con i centri anche quando il piede – Pani è mancino – obbliga a una ricalibratura della pressione offensiva. Così il XV azzurro, rispetto alla Scozia, vede l’ingresso dell’estremo delle Zebre e l’avvicendamento in panchina di David Odiase, flanker, al posto di Giacomo Da Re, con Quesada che predilige ora un pacchetto di sei avanti e due soli trequartisti a disposizione: segnale chiaro di quanto si attenda una partita di impatto fisico e di battaglia nelle fasi statiche.

La rivoluzione silenziosa di Farrell e l’esclusione eccellente di Gibson-Park

Andy Farrell, dall’altra parte della barricata e di fronte al pubblico dell’Aviva Stadium, ha reagito alla pesante sconfitta parigina con una sterzata netta, quasi chirurgica, nel gruppo titolare. Sei i cambiamenti nel primo XV irlandese, ma uno su tutti squarcia la cronaca: Jamison Gibson-Park, regista insostituibile degli ultimi quattro anni di rugby verde, parte dalla panchina e lascia spazio a Craig Casey. È un’esclusione che Quesada stesso ha definito sorprendente, perché gran parte del piano partita azzurro era stato costruito ipotizzando la presenza del mediano di mischia del Leinster e invece l’Irlanda si affiderà alla vivacità del munsteriano. Non è finita qui: Caelan Doris scivola sul lato aperto della terza linea, Jack Conan torna titolare nel ruolo di numero otto e Cormac Izuchukwu, nato a Londra e cresciuto nella contea di Offaly, debutta nel Sei Nazioni dal primo minuto sul lato cieco. In seconda linea James Ryan rientra in coppia con Joe McCarthy, e Tadhg Beirne – solitamente perno del pacchetto – scala tra le riserve. Persino le ali vedono il ritorno di James Lowe e l’ingresso di Rob Baloucoune, quinto cap complessivo ma primo assoluto nel torneo. Farrell ha insomma smontato e rimontato l’impalcatura irlandese, operazione che nei suoi cinque anni di gestione si era vista raramente, e l’ha fatto senza mezze misure.

Il debutto di Edogbo e la nuova gerarchia in seconda linea

Tra i volti nuovi spicca la presenza in panchina di Edwin Edogbo, seconda linea ventitreenne del Munster, rientrato da appena due mesi da un secondo gravissimo infortunio al tendine d’Achille. La storia del ragazzo – nigeriano di origini, trasferitosi bambino in Irlanda – è quella di un talento fisico che la federazione irlandese ha atteso e protetto senza mai forzare i tempi, e ora, in una partita che sulla carta appare abbordabile, Farrell gli offre l’esordio assoluto in nazionale maggiore. Edogbo siederà accanto a Gibson-Park, a Beirne e a Nick Timoney, e il solo fatto di averlo convocato e di avergli riservato uno slot in panchina racconta quanto il selezionatore voglia osservare da vicino, anche solo per venti minuti, il potenziale di un atleta che molti addetti ai lavori indicano come pilastro del Mondiale 2027. La concorrenza nel reparto, con Ryan e McCarthy in campo e Beirne reduce da una prestazione opaca allo Stade de France, si fa serrata; ma è la concorrenza che in una nazionale di alto livello genera il mantenimento degli standard.

Hollie Davidson, prima donna al fischietto: il arbitrale entra in una nuova era

Mentre gli azzurri rifiniscono gli schemi di uscita dalla mischia e Quesada ripete ai suoi mediani di non abbassare lo sguardo dinanzi alla pressione irlandese, una figura si staglia con discrezione al centro del proscenio: Hollie Davidson, trentatré anni, scozzese, ex mediana di mischia con un sogno spezzato da una lussazione ricorrente alla spalla e oggi arbitro internazionale designata per dirigere Irlanda-Italia. Sarà la prima donna nella storia ultracentenaria del Torneo a dirigere un incontro maschile, e il suo percorso – raccontato al Guardian con toni asciutti, quasi dimessi – è lastricato di domande che oggi, finalmente, suonano archeologiche: ce la farà fisicamente? Riuscirà a tenere il passo? La sua conoscenza è sufficiente? Quel sessismo residuale, ammette lei stessa, non è del tutto archiviato, ma il dibattito si è ormai spostato sulla qualità della direzione di gara, non sul genere di chi impugna il fischietto. Davidson ha alle spalle due finali mondiali consecutive, un Challenge Cup maschile diretta lo scorso anno, il premio di miglior arbitro World Rugby 2025 e la consapevolezza – l’ha definita “responsabilità” – di aprire un sentiero che altre, dopo di lei, potranno percorrere senza dover chiedere il permesso. Sabato all’Aviva Stadium sarà coadiuvata dagli assistenti Matthew Carley e Luc Ramos e dal TMO Ian Tempest: lo stesso impianto tecnico, la stessa preparazione atletica, la stessa autorità. Per l’Italia, abituata a subire il fattore campo in Irlanda, sarà anche l’occasione di misurarsi con un’arbitra che non cerca protagonismo ma che, inevitabilmente, la storia l’ha già chiamata a scrivere.

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