Il chirurgo Faldini: “Le liste d’attesa non le abbatti riducendo la libera professione”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il dibattito attorno alla libera professione intramuraria, lungi dall’essere una mera questione sindacale, si intreccia inestricabilmente con la cronica emergenza delle liste d’attesa che affligge il Servizio sanitario nazionale, e le voci che si levano dal mondo ospedaliero tracciano un quadro ben più complesso di quanto la politica talvolta lasci intendere. Cesare Faldini, direttore della clinica ortopedica e traumatologica dell’Istituto Rizzoli di Bologna, uno dei centri d’eccellenza a livello mondiale, lancia un allarme preciso e circostanziato: le recenti limitazioni imposte all’attività libero-professionale, lungi dal rappresentare una soluzione, stanno paradossalmente aggravando il problema che intenderebbero risolvere. Nel suo intervento, il professore porta dati concreti a sostegno della tesi, rivelando come nel solo mese di gennaio, a causa delle restrizioni operative, il numero degli interventi chirurgici sia crollato del 12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un calo che, tradotto in pratica, si traduce in un inevitabile allungamento dei tempi d’attesa per i pazienti in lista.

Il ragionamento di Faldini smonta quello che definisce un «dibattito ideologico», spostando l’attenzione dalla demonizzazione di una pratica alla reale capacità produttiva del sistema. A sostegno di questa prospettiva, i numeri parlano chiaro: come sottolineato da Pierino Di Silverio, segretario nazionale di Anaao Assomed, su un totale di 60 milioni di prestazioni erogate, quelle in intramoenia rappresentano una quota pari a 7 milioni, ovvero appena il 12% -10. Attribuire a questa frazione la responsabilità principale dei colli di bottiglia significa, per i professionisti, ignorare le ben più profonde carenze strutturali e organizzative. E la questione, lungi dall’esaurirsi in un botta e risposta tra medici e politici, chiama in causa anche la gestione aziendale degli ospedali.

Andrea Rossi, direttore generale del Rizzoli, pur difendendo l’operato dei suoi primari, ai quali riconosce un «sostanziale equilibrio» tra attività istituzionale e libero-professionale, introduce un ulteriore elemento di riflessione legato alla libertà di scelta del cittadino e alla percezione della professione medica. Se un paziente preferisce pagare di tasca propria per velocizzare una visita e scegliere il proprio specialista, argomenta Rossi, l’istituzione non può ergersi a ostacolo di questa preferenza. C’è poi un monito, che riguarda il futuro stesso della sanità pubblica: medici pagati a livelli definiti «infami» e costretti in una morsa di troppi paletti rischiano di abbandonare la nave, cercando approdi più gratificanti e meno vincolati, un esodo che priverebbe il Servizio sanitario nazionale delle sue risorse più preziose.

Il nodo della responsabilità e la proposta dell’ordine dei medici

Se i clinici difendono il proprio operato e i direttori generali tentano di mantenere equilibri complessi, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici (Fnomceo), attraverso il suo presidente Filippo Anelli, rilancia con una proposta che ribalta la prospettiva tradizionale, mettendo il sistema di fronte alle sue responsabilità. Anelli, commentando i primi dati del 2025 della Piattaforma nazionale sulle prestazioni di Agenas, rileva come l’intramoenia diventi spesso una via obbligata, e non una scelta, laddove i tempi per una prestazione in regime pubblico sono semplicemente incompatibili con le necessità di cura -1. Il presidente della Fnomceo richiama l’attenzione su un paradosso inaccettabile: se un cittadino è costretto a rivolgersi alla libera professione intramuraria – che si svolge comunque all’interno delle strutture pubbliche – perché il servizio istituzionale non è in grado di garantire una visita o un esame in tempi ragionevoli, allora il costo di quella prestazione non dovrebbe gravare sulle sue tasche, bensì essere sostenuto dal Servizio sanitario nazionale.

La proposta di Anelli, per quanto dirompente, non è una novità assoluta, essendo già prevista da un provvedimento legislativo sulle liste d’attesa approvato circa un anno e mezzo fa, ma rimasto sostanzialmente inapplicato. La sua rinnovata spinta, sostenuta dai dati Istat che parlano di 6 milioni di cittadini che rinunciano alle cure o si rivolgono al privato, con una spesa sanitaria privata che sfiora i 44 miliardi, intende rimettere al centro il principio di equità e di appropriatezza organizzativa -5. Il fulcro della questione, secondo Anelli, non risiede tanto nell’esistenza della libera professione, quanto nella «inappropriatezza organizzativa» del sistema, una criticità più volte evidenziata anche dall’Ufficio parlamentare di bilancio, che si manifesta nella carenza di medici, nella mancanza di strumenti e nella cronica insufficienza di strutture adeguate.

I numeri dell’intramoenia e il rischio di un sistema a due velocità

Guardando ai dati specifici, emerge con chiarezza la sproporzione che alimenta il malcontento. L’analisi dei flussi informativi, che incrocia le prenotazioni effettuate tramite i Cup e le agende ospedaliere, rivela una realtà nella quale l’accesso alle cure è pesantemente condizionato dalla capacità di spesa. Secondo le rilevazioni, nelle realtà dove i tempi per una prestazione pubblica si allungano a dismisura, la medesima prestazione ottenibile in intramoenia si concretizza in tempi sensibilmente più brevi, a volte in pochi giorni -1. Questo scollamento, fotografato anche dai dati nazionali, rischia di cristallizzare un sistema a due velocità, dove il diritto alla salute sancito dalla Costituzione viene di fatto subordinato alla disponibilità economica del singolo, una deriva contro la quale lo stesso Anelli mette in guardia. L’intramoenia, nata per offrire un’alternativa al privato puro e per trattenere i professionisti all’interno del sistema pubblico, si trasforma così, agli occhi dei cittadini, nel simbolo di un’ingiustizia: pagare per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito a tutti.

La posizione dell’Anaao Assomed, ribadita con forza in più occasioni, è quella di respingere quella che definiscono una vera e propria «caccia alle streghe» nei confronti dei medici -10. Il segretario Di Silverio ricorda che l’intramoenia è esercitata solo da una minoranza dei professionisti, nel loro tempo libero e al di fuori dell’orario di servizio, e che le agende delle liste d’attesa sono gestite dalle aziende sanitarie, non dai singoli dottori. Inoltre, una quota consistente dei proventi di questa attività, circa il 70%, finisce direttamente nelle casse delle aziende, un aspetto, questo, spesso dimenticato nel dibattito pubblico. La posta in gioco, per i sindacati, è altissima: si tratta di preservare quel che resta del rapporto di fiducia tra medici e pazienti, evitando che i professionisti vengano additati come capri espiatori di un fallimento che è innanzitutto politico e gestionale, e che affonda le radici in decenni di sottofinanziamento e di programmazione sanitaria inadeguata.

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