La Alberti difende Sal Da Vinci: "Se il femminismo è questo, meglio tornare al maschilismo"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A dieci giorni dalla conclusione del Festival di Sanremo 2026, il trionfo di Sal Da Vinci con Per sempre sì continua a generare un dibattito acceso che travalica i confini della mera critica musicale per investire temi sociali e culturali di ben più ampia portata. Nel mirino delle contestazioni, sollevate inizialmente da collettivi come Rifondazione Ecofemminista e successivamente riprese da voci del mondo della politica e della cultura, è finito il testo del brano: si parla, per alcune frasi estrapolate, di una visione dell'amore che sarebbe da ricondurre a un immaginario patriarcale, con riferimenti all'esclusività del matrimonio tra uomo e donna e a un'idea di possesso che alcuni hanno definito preoccupante, se non pericolosa, in un'epoca segnata dalla piaga dei femminicidi. A infiammare ulteriormente gli animi ci aveva pensato, nei giorni scorsi, il giornalista Aldo Cazzullo, il quale aveva paragonato la canzone alla possibile colonna sonora di un matrimonio della camorra, suscitando le ironiche repliche dello scrittore Maurizio De Giovanni.

In questo clima da tifo contrapposto, a rompere gli schemi e a prendere una posizione netta e per certi versi sorprendente è stata Barbara Alberti, ospite nello studio di La Vita in Diretta su Rai 1. La scrittrice, con il suo stile inconfondibile e una certa insofferenza verso quella che percepisce come una gabbia ideologica, ha voluto difendere il cantante napoletano dagli attacchi subiti, spostando il tiro della discussione su un piano più alto e, a suo dire, più autentico. Visibilmente infastidita dall'andamento del dibattito, Alberti ha esordito rivendicando la memoria storica delle battaglie femministe: la lotta, ha detto, era per la libertà di espressione, non per l'instaurazione di un nuovo moralismo. Da qui la sua dichiarazione più forte e destinata a fare discutere: "Se il femminismo è questo, ragazzi, torniamo al maschilismo che è meglio". Una frase, la sua, che non va intesa come un endorsement al pensiero maschilista, ma come una critica feroce a un certo femminismo contemporaneo che lei giudica "reazionario" e concentrato su battaglie "frivole", come appunto quella contro una canzone, mentre si ignorano problemi strutturali ben più gravi che riguardano la vita delle donne.

Alberti, in un'intervista successiva rilasciata a Mowmag, ha approfondito il suo pensiero, definendo Per sempre sì una "brutta canzone innocente", persino "affascinante" nella sua semplicità "pompieristica", e liquidando la ridda di polemiche come l'ennesima manifestazione di un popolo ormai "diventato di scandalizzati". Secondo la scrittrice, l'energia del femminismo andrebbe incanalata altrove: nell'aiuto concreto alle giovani madri, nella denuncia delle disparità salariali, nella richiesta di pene certe per i femminicidi, come l'ergastolo per chi si macchia di questi delitti. Il parallelo con la presenza al festival di Gino Cecchettin, padre di Giulia, non fa che acuire, per molti, la contraddizione di un premio a un brano ritenuto portatore di una certa retorica dell'amore romantico, ma Alberti ribalta la prospettiva: il problema non è la canzone, ma l'inerzia di uno Stato che non tutela le madri lavoratrici e di una società che si accontenta dello scandalo verbale.

Dalle sceneggiate alla Medaglia di Napoli: il percorso di un figlio d'arte

Mentre il fronte delle polemiche si allarga, con il legale di Sal Da Vinci, Carlo Claps, che ha minacciato azioni legali contro chi dovesse oltrepassare il limite della critica musicale per scadere nella "discriminazione culturale" e nell'offesa personale, la macchina del successo dell'artista napoletano sembra inarrestabile. Il brano è tra i più ascoltati in streaming e, al di là delle stroncature, raccoglie un vasto consenso popolare. Un consenso che affonda le radici in una carriera cinquantennale, come giustamente ricordano i suoi fan. Salvatore Michael Sorrentino, questo il suo vero nome, nasce a New York nel 1969, ma cresce a Napoli, a Mergellina, assorbendo l'arte dal padre Mario Da Vinci, celebre interprete della sceneggiata napoletana. Il debutto sulle scene avviene a soli sei anni, e da lì un susseguirsi di esperienze che spaziano dal teatro al cinema, come la partecipazione al film cult Troppo forte con Carlo Verdone nel 1986, dove interpretava il ruolo del giovane teppista "Capua".

L'eco del passato tra cinema e tv: da Verdone a *Non è la Rai*

La recente vittoria ha riportato alla luce, complice la macchina dei social, alcuni preziosi frammenti del suo passato artistico. Oltre alla celebre comparsata sul set con Verdone, è tornato virale un video d'archivio di Non è la Rai, la trasmissione cult di Gianni Boncompagni. Nella clip, risalente al 1995, un giovanissimo Sal Da Vinci, fresco del successo del singolo Fai come vuoi, viene intervistato in studio da una giovanissima Ambra Angiolini. L'interazione, oggi come allora, colpisce per la spontaneità: il cantante, visibilmente incantato dalla fresca bellezza della conduttrice, appare quasi imbambolato, regalando un frammento di televisione ingenua e lontana anni luce dalle dinamiche patinate del presente. Un tuffo nel passato che, paradossalmente, restituisce l'immagine di un artista popolare a tutto tondo, cresciuto a pane e spettacolo e capace di attraversare decenni di televisione e costume. Un percorso che il prossimo 11 marzo verrà suggellato con un riconoscimento ufficiale: il sindaco Gaetano Manfredi gli consegnerà la Medaglia della Città di Napoli, un sigillo di affetto e legittimazione da parte della sua città, che oltre le polemiche riconosce in lui un figlio devoto alla tradizione musicale partenopea.

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