Guerra all’Iran, il Pentagono corre ai ripari: missili a basso costo per ricostruire gli arsenali
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Redazione Esteri
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La guerra contro l’Iran sta mettendo a nudo una vulnerabilità che per anni era rimasta confinata nei rapporti riservati del Pentagono, e che oggi, invece, emerge con evidenza dai numeri e dalle dichiarazioni dei funzionari americani. La riduzione delle scorte missilistiche, in particolare degli intercettori Patriot e dei missili a lungo raggio Atacms, ha superato quello che gli stessi strateghi militari definiscono «il livello critico», un allarme che arriva direttamente da un funzionario della difesa Usa in Europa e da un rappresentante della Nato, entrambi citati dall’Associated Press.
Il grande impiego di armamenti nel conflitto contro Teheran ha determinato un consumo tale che, secondo le fonti, rende il continente europeo esposto a rischi concreti, in un momento in cui le tensioni con Mosca non accennano a diminuire e le difese aeree del Vecchio Continente si reggono in larga parte sulla copertura fornita dalle batterie Patriot e dai sistemi di intercettazione missilistica statunitensi.
Il conto salato per la U.S. Navy
Ma non sono solo gli eserciti di terra a sentire il peso del conflitto. La U.S. Navy, chiamata a sostenere un dispositivo navale complesso nel Golfo Persico e nel Mar Arabico, si trova ad affrontare una pressione finanziaria che comincia a scricchiolare nelle pieghe del bilancio. Un’inchiesta del Guardian, basata su documenti interni, testimonianze di contractor e analisti del settore, rivela che la Marina ha dovuto riallocare risorse tra differenti capitoli di spesa per finanziare le operazioni di combattimento in corso.
La stima, per quanto approssimativa, parla di una necessità aggiuntiva compresa tra i 6 e gli 8 miliardi di dollari, una cifra destinata a pesare sulle scelte future del Dipartimento della Difesa e che rischia di compromettere la prontezza operativa della flotta in altri teatri, a cominciare dal Pacifico, dove la Cina osserva con attenzione l’andamento del conflitto.
La svolta del programma GBAM
Di fronte a questo scenario, il Pentagono ha deciso di cambiare registro, abbandonando almeno in parte la logica dei sistemi d’arma sofisticati e costosi per abbracciare una filosofia più spartana, ma potenzialmente più sostenibile: armi a lungo raggio economiche e producibili in serie. Il nuovo programma, denominato Ground-Based Affordable Mass (GBAM), punta a sviluppare sistemi a guida autonoma con un costo unitario inferiore ai 250.000 dollari in produzione di serie e un costo-per-effetto complessivo sotto i 500.000 dollari, calcolato in base all’affidabilità e alla probabilità di successo della missione. Una cifra che, se paragonata ai milioni di dollari spesi per un singolo missile da crociera, rappresenta una rivoluzione copernicana nel modo di concepire la guerra di logoramento, e che testimonia quanto l’amministrazione americana sia consapevole della necessità di ricostituire rapidamente gli arsenali.
Il malumore degli alleati asiatici
Le ripercussioni di questo consumo massiccio di munizioni non si fanno sentire solo nei corridoi del Pentagono, ma anche tra gli alleati asiatici di Washington, che guardano con crescente preoccupazione all’erosione delle scorte missilistiche statunitensi. Il Washington Post riferisce che Corea del Sud, Giappone e Taiwan, dipendenti in larga misura dagli Stati Uniti per la fornitura dei principali sistemi d’arma convenzionali, stanno già scontando ritardi nelle consegne che si protraggono da anni e che ora rischiano di aggravarsi ulteriormente.
I funzionari del Pentagono responsabili per l’Indo-Pacifico, tradizionalmente impegnati a rassicurare gli alleati sulla credibilità dell’impegno americano, manifestano un malumore crescente, temendo che l’indebolimento della capacità offensiva e difensiva degli Usa possa incoraggiare Pechino a muovere le proprie pedine nella regione, approfittando di un momento di apparente distrazione strategica.
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