Addio a Marco Bonamico, leggenda del basket italiano che fece grande un’epoca
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Redazione Sport
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Il basket italiano perde uno dei suoi simboli più luminosi: Marco Bonamico, soprannominato "Il Marine" per il fisico imponente e lo spirito combattivo, è morto oggi all’ospedale Bellaria di Bologna, dove era ricoverato da tempo. Aveva 68 anni e lascia un vuoto che va ben oltre i palazzetti, toccando chiunque abbia amato quel periodo d’oro in cui la pallacanestro, importata dagli Stati Uniti ma reinventata in Italia, diventò spettacolo e passione popolare.
Nato a Genova nel 1955, Bonamico incarnò l’ala moderna, alta due metri e uno, capace di dominare sotto canestro ma anche di muoversi con un’eleganza inusuale per la sua statura. Fu protagonista negli anni ’70 e ’80, vestendo soprattutto la maglia della Virtus Bologna, con cui vinse due scudetti (1976 e 1984) e diventando l’emblema di una squadra che, assieme alla Fortitudo e alla Simmenthal Milano, scrisse pagine indimenticabili. Quella era un’epoca in cui i pantaloncini corti, le canottiere aderenti e i calzettoni tirati sui polpacci non erano solo una divisa, ma un’estetica rivoluzionaria, specchio di uno sport che conquistava il pubblico senza bisogno di grandi mediazioni.
Gianni Petrucci, presidente della Federazione Italiana Pallacanestro, lo ha definito "una colonna della storia del nostro basket", sottolineando come Bonamico abbia attraversato "tutte le tappe importanti" di un movimento che, grazie a giocatori come lui, raggiunse livelli inaspettati. Non fu solo un atleta di successo, ma un uomo capace di imprimere carattere alle partite, tanto da essere ricordato per le sue "stoccate" sotto tabellone e per quella grinta che lo rese amato anche dagli avversari.
La sua carriera, durata quasi vent’anni, si intrecciò con quella di altri giganti come Dino Meneghin o Antonello Riva, in un’Italia che sognava di competere con le grandi potenze mondiali. E se oggi il basket è cambiato, con regole e ritmi diversi, il ricordo di Bonamico riporta alla mente un tempo in cui ogni canestro sembrava una piccola rivincita, ogni partita un’epopea.




