Crollano le Borse, l’Europa prova a respirare ma l’Asia affonda: Seul perde il 12%

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’onda d’urto del conflitto allargatosi in Medio Oriente, con l’Iran e lo Stretto di Hormuz nel mirino delle operazioni militari, continua a riversarsi con violenza sui mercati finanziari globali, sebbene con intensità difforme a seconda della latitudine e della vulnerabilità energetica dei singoli paesi. Se nelle ultime ore i listini del Vecchio continente, compresa Piazza Affari, hanno tentato un timido recupero dopo due sedute di pesanti perdite, l’Osservatorio asiatico presenta uno scenario ben più drammatico, con il panico che sembra aver preso stabilmente la mano agli investitori. D’altronde, lo si è visto chiaramente mercoledì, la variabile che spiega queste divergenze è una sola ed è la dipendenza dal greggio e dal gas che transitano attraverso quel collo di bottiglia rappresentato dallo Stretto di Hormuz, la cui chiusura, di fatto imposta dall’Iran, rappresenta uno shock di offerta immediato per le economie prive di fonti energetiche alternative o di riserve strategiche adeguate.

Il quadro che emerge dalla regione asiatica è a tinte fosche, con la Corea del Sud che ha vissuto una seduta da incubo. L’indice Kospi è letteralmente precipitato, arrivando a perdere oltre il 12% in una sola giornata, un tracollo che ha pochi precedenti nella storia recente della borsa di Seul e che ha costretto all’attivazione dei cosiddetti interruttori di circuito per sospendere le contrattazioni e provare a calmierare la furia venditrice. Il dato, di per sé impressionante, diventa ancora più significativo se si considera che la piazza sudcoreana aveva già subito un forte ribasso nella sessione precedente, segno di una fiducia degli operatori venuta meno di fronte alla prospettiva di un conflitto prolungato. Il Giappone non è stato da meno, con l’indice Nikkei che ha lasciato sul terreno oltre il 3,6%, e analogo discorso vale per Taiwan, mentre Hong Kong ha registrato un calo più contenuto ma pur sempre superiore al 2%. Le ragioni di un crollo così asimmetrico, che colpisce con maggiore ferrea i titoli tecnologici e automobilistici coreani e giapponesi, risiedono nella loro natura di economie industriali avanzate ma energeticamente dipendenti: basti pensare che oltre il 95% del fabbisogno energetico di Seul proviene da importazioni, e una fetta preponderante di questo arriva proprio attraversando quelle acque ora teatro di scontri e minacce.

In questo contesto di tempesta perfetta, dove l’MSCI Asia Pacific, l’indice di riferimento per l’area, segnava un calo del 4,5%, la Cina ha rappresentato una parziale eccezione, con perdite contenute intorno all’1% a Shanghai e Shenzhen. Una tenuta relativa, la sua, che non è frutto di un’improvvisa immunità geopolitica ma di una precisa strategia messa in campo negli ultimi anni: Pechino ha accumulato ingenti riserve strategiche di petrolio, stimabili in oltre un miliardo di barili, e ha diversificato le fonti di approvvigionamento, puntando con decisione sulla Russia via terra e su altri partner extra-mediorientali. Inoltre, l’attesa per le misure di stimolo economico che potrebbero scaturire dalle riunioni annuali dell’Assemblea nazionale del popolo ha offerto un minimo di supporto psicologico agli investitori locali, frenando le vendite che invece hanno travolto senza pietà i listini vicini.

E se l’Asia bruciava, le Borse europee, dopo aver visto volatilizzarsi centinaia di miliardi di capitalizzazione nei giorni precedenti, hanno aperto la finestra di contrattazioni di mercoledì con un cauto ottimismo, cercando un rimbalzo tecnico. Milano, che nella seduta peggiore aveva visto il Ftse Mib avvicinarsi a un calo del 4%, ha avviato gli scambi poco sopra la parità, segnando un +0,06%, salvo poi mostrare un andamento altalenante e rimanere sostanzialmente debole, appesantita dalle vendite su titoli bancari come Mps e Mediobanca. Parigi e Francoforte hanno seguito il medesimo copione, tentando un recupero presto frenato dalla consapevolezza che la crisi energetica, con il gas che volava del 20% e il petrolio oltre gli 80 dollari, rischia di riaccendere l’inflazione e di vanificare gli sforzi delle banche centrali, tenendo così alta la tensione sui rendimenti dei titoli di Stato e allargando lo spread tra Btp e Bund. In definitiva, la fotografia dei mercati resta quella di un mondo diviso tra chi, come la Corea del Sud, subisce in pieno lo choc di una guerra che blocca le rotte energetiche, e chi, come l’Europa, prova a fare i conti con una bolletta più salata e il rischio di una nuova recessione, mentre unico baluardo apparentemente solitario, in questa fase, è risultato essere il listino di Riad, cresciuto in controtendenza.

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