Messico, catturato “El Jardinero”: il blitz nel fossato e i 19 mesi di caccia al numero due del cartello Jalisco
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Redazione Esteri
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C’è voluta un’operazione condotta in modo quasi chirurgico, se così si può definire il dispiegamento di oltre cinquecento uomini della Marina messicana supportati da un’imponente flotta aerea, per stanare Audias Flores Silva dal nascondiglio in cui credeva di essere al sicuro. Conosciuto con il sinistro appellativo di “El Jardinero” (“Il giardiniere”), il boss – considerato a tutti gli effetti l’erede di Nemesio Oseguera Cervantes, il leggendario “El Mencho” ucciso lo scorso febbraio – è stato intercettato nello stato di Nayarit, precisamente nei pressi della località di El Mirador. A tradirlo, nonostante un'impressionante barriera umana composta da una sessantina di sicari e una trentina di pick-up messi a presidio dell’area, è stato un fossato laterale, un canale di scolo dove ha tentato invano di infilarsi per confondersi tra le ombre mentre le forze speciali serravano la morsa.
L’ombra dei droni e la fuga nel canale di scolo
L’operazione, che arriva a distanza di diciannove mesi dall’avvio delle indagini mirate, ha visto i militari stringere il cerchio attorno a una cabina sorvegliata giorno e notte. Quando i blindati sono arrivati, la scorta personale del narcotrafficante – la stessa che avrebbe dovuto garantire la sua impunità – ha tentato il tutto per tutto disperdendosi in direzioni opposte nel tentativo di creare un diversivo per agevolarne la fuga. Ma il controllo del cielo, garantito da droni e aerei da ricognizione, non ha lasciato scampo al fuggitivo. Flores Silva, notato mentre si accovacciava all’interno di un condotto fognario a bordo strada, è stato bloccato senza che venisse esploso un solo colpo d’arma da fuoco. Una cattura, questa, che rappresenta un duro colpo per il Cartello di Jalisco Nuova Generazione (Cjng), organizzazione che la DEA considera tra le macchine del narcotraffico più letali e tecnologicamente avanzate del continente.
Un passato da ricercato e il peso della taglia da cinque milioni
La cattura di “El Jardinero” non è il frutto di una soffiata improvvisa, ma il risultato di un certosino lavoro di intelligence sul campo che ha coinvolto in maniera strutturale anche le agenzie statunitensi. Una collaborazione, quella tra Messico e Stati Uniti, che nonostante le frequenti tensioni diplomatiche – basti pensare al nervosismo generato dalle richieste di estradizione mirate – continua a funzionare sul terreno operativo. Su Flores Silva pendeva una taglia di cinque milioni di dollari; il Dipartimento del Tesoro americano lo aveva già inserito nella lista nera dei narcotrafficanti internazionali, mentre i procuratori federali lo accusano formalmente di cospirazione per l’importazione di cocaina ed eroina, oltre che di reati connessi all’uso illecito di armi da fuoco. Non è la prima volta che finisce in manette: era già stato incarcerato negli Stati Uniti per cinque anni, scontando la pena per traffico di stupefacenti prima di fare ritorno in patria e riprendere, stando agli atti dell’accusa, la sua ascesa criminale.
La riorganizzazione del cartello dopo la caduta del vecchio capo
La morte di “El Mencho” aveva lasciato un vuoto di potere all’interno del Cjng, vuoto che Flores Silva sembrava destinato a riempire grazie alla sua influenza lungo la costa del Pacifico e al controllo sui laboratori di metanfetamine disseminati tra Jalisco e Zacatecas. A differenza di quanto accaduto in altre zone del Paese, dove gli arresti di vertice hanno scatenato sanguinose faide per la successione, l’arresto del numero due sembra essere stato accolto con una momentanea calma strategica, anche se la tensione resta altissima. Nel frattempo, la Marina ha trasferito il detenuto presso le strutture della fiscalia specializzata della Città del Messico, dove si deciderà il futuro giudiziario di un uomo che Washington preme da tempo per vedere estradato oltre confine. Il blitz, che restituisce l’immagine di un Messico capace di colpire le élite criminali con precisione millimetrica, conferma però anche l’estrema permeabilità del territorio: per oltre un anno e mezzo, uno dei ricercati più pericolosi del continente ha vissuto indisturbato a poche decine di chilometri da Puerto Vallarta, una delle mete turistiche più affollate del Paese.




