Nexi, Bertoluzzo: mercato voleva il buyback, noi puntiamo sulla crescita di lungo periodo
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Redazione Economia
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La seduta del 5 marzo si è rivelata drammatica per Nexi a Piazza Affari, con il Titolo che ha subito un tracollo superiore al venti per cento, arrivando a toccare quota 2,64 euro, un minimo che non si registrava da sei anni a questa parte. Una débâcle finanziaria che ha preso avvio a seguito della presentazione del piano strategico per il triennio 2026-2028 e della diffusione dei dati relativi all'esercizio 2025, i quali, sebbene mostrino una crescita operativa, sono stati accolti con freddezza dagli analisti e dagli investitori. A pesare in maniera determinante sull'umore del mercato è stata una maxi‑svalutazione dell'avviamento, una rettifica di valore pari a 3,7 miliardi di euro che, pur essendo una posta contabile non cash e quindi non intaccando la liquidità generata, ha trasformato il risultato netto di bilancio in una perdita colossale, spaventando non poco gli azionisti.
Paolo Bertoluzzo, amministratore delegato del gruppo, intervenuto nel corso del Capital Markets Day, ha commentato l'andamento del titolo con una franchezza che non ha lasciato spazio a fraintendimenti, spiegando come la reazione della Borsa sia da ricondurre, in larga misura, a una divergenza di vedute circa la destinazione della liquidità prodotta. L'azienda, ha ribadito il manager, intende privilegiare una visione ancorata alla solidità e alla durata nel tempo, concentrando gli investimenti su quelle che ritiene essere le proprie responsabilità in quanto piattaforma strategica per l'Italia e per l'Europa; una scelta che, evidentemente, non collima con le aspettative di quanti auspicavano un ritorno finanziario più immediato.
La visione strategica del management e le aspettative degli investitori
Il punto di attrito principale, come emerge dalle parole del ceo, risiede nella mancata attivazione di un programma di riacquisto di azioni proprie, il cosiddetto buyback, strumento particolarmente apprezzato in certi contesti finanziari. "Capiamo perfettamente che alcuni investitori avrebbero preferito vedere un buyback", ha dichiarato Bertoluzzo, "magari sono quelli che questa mattina stanno vendendo, soprattutto gli investitori americani, per i quali il buyback è uno strumento più efficiente, essendo molto attenti all'EPS rispetto ad altri tipi di investitori". Una presa d'atto che fotografa lo iato tra la logica industriale europea, più incline a remunerare il socio attraverso la cedola, e quella statunitense, che vede nel riacquisto di titoli un metodo diretto per incrementare l'utile per azione e sostenere le quotazioni.
Il management ha invece optato per un rafforzamento del dividendo, proponendo una cedola da 350 milioni di euro per l'esercizio 2026, pari a 0,30 euro per azione, con un incremento del venti per cento rispetto al passato e la promessa di un aumento annuo di almeno il cinque per cento fino al 2028. Una scelta che Bertoluzzo difende con convinzione, sottolineando come, una volta stabilito l'ammontare del dividendo, procedere con un buyback di dimensioni ridotte sarebbe stata una mossa priva di significato industriale. L'obiettivo dichiarato rimane quello di generare cassa in maniera sostenuta nel corso del tempo, per poi restituirla agli azionisti in modo costante e programmato, piuttosto che inseguire logiche di breve termine.
I numeri del piano e la reazione di Piazza Affari
A rendere ancor più complessa la digestione del piano da parte del mercato hanno contribuito le previsioni di crescita per i prossimi anni, giudicate da molti prudenti se non addirittura deludenti. Nexi prevede infatti una crescita dei ricavi a "mid‑single digit" solo nel 2028, indicando per il 2026 un andamento sostanzialmente piatto, con l'Ebitda atteso stabile a causa dei previsti investimenti strategici. Una prospettiva che mal si concilia con la volatilità e la pressione sui risultati a breve termine che caratterizzano il sentiment corrente, specialmente in una fase in cui il contesto geopolitico internazionale, con le tensioni in Medio Oriente, contribuisce a creare un quadro di incertezza e fragilità sui listini europei.
Nonostante i risultati operativi del 2025 mostrino ricavi in leggera crescita a 3,59 miliardi e un EBITDA normalizzato in aumento del 2,1% a 1,9 miliardi, a testimonianza di una gestione caratteristica che tiene, la lente del mercato si è concentrata sugli elementi meno confortanti. La perdita di bilancio derivante dalla svalutazione dell'avviamento, unita a una leva finanziaria che, seppur in miglioramento, rimane un tema centrale nel debito complessivo del gruppo, ha scatenato una ondata di vendite che non ha risparmiato il titolo. A metà seduta, il crollo di Nexi spiccava come uno dei più vistosi a Piazza Affari, in un contesto di listino sostanzialmente piatto, a simboleggiare come una scelta di campo strategica, orientata al lunghissimo periodo, possa scontrarsi violentemente con le logiche talvolta miopi della Borsa.
La posizione di Nexi tra debito e remunerazione
L'azienda, dal canto suo, rivendica la bontà del percorso intrapreso, ricordando come la generazione di cassa in eccesso si attesti attorno agli 800 milioni di euro annui. "Se guardate la generazione di cassa rispetto alla valutazione di Borsa", ha osservato Bertoluzzo, "c'è una discreta distanza da colmare", quasi a voler suggerire che i fondamentali non giustifichino appieno un simile tonfo. Nei piani del management, l'eccesso di cassa prodotto nel triennio, stimato in 2,4 miliardi, sarà destinato per 1,1 miliardi ai dividendi, mentre la parte restante potrebbe essere impiegata per ridurre ulteriormente l'indebitamento o per eventuali piccole operazioni di acquisizione, come nel caso del closing atteso per il merchant book di B.P. Sondrio.
La convinzione di chi guida Nexi è che la strada maestra sia quella di presentarsi come una "Trusted European Platform", capace di offrire soluzioni integrate e sicure in un mercato dei pagamenti digitali in continua evoluzione, trainato da regolamentazione e innovazione tecnologica. Una narrazione che punta tutto sulla resilienza e sulla capacità di distribuire cassa in modo crescente e sostenibile, anche a costo di deludere, almeno nell'immediato, chi cercava nel buyback un segnale più aggressivo di sostegno al titolo. La giornata del 5 marzo ha sancito, in maniera netta, lo scontro tra queste due visioni, con gli investitori americani in prima fila tra i venditori e il management che, non senza una certa dose di realismo, incassa il colpo ribadendo la propria linea.




