Addio ad Angela Luce, la voce e il volto di Napoli si sono spenti all’alba

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se n’è andata mentre Napoli dormiva, alle sei di questa livida mattina, e l’aria già fredda di febbraio sembra essersi fatta più pesante, quasi la città avesse improvvisamente percepito quel vuoto. Angela Luce, all’anagrafe Angela Savino, è morta nella sua casa all’età di ottantasette anni, stroncata da una grave insufficienza cardiaca alla quale, con il passare del tempo, si erano purtroppo aggiunti problemi renali e respiratori. L’ultimo suo pensiero pubblico, solo qualche giorno fa, era stato per le fiamme che hanno divorato il teatro Sannazaro, un dolore che l’aveva spinta a scrivere su Facebook, il diciassette febbraio, parole cariche di affetto per Ingrid e Lara, le ereditiere di quel palcoscenico, augurandosi che il sogno di Luisa Conte potesse presto risorgere dalle macerie. Con lei se ne va l’ultima regina della canzone classica napoletana, un’interprete che della tradizione ha saputo fare carne viva, e lo ha dimostrato sin da ragazzina, quando a quattordici anni partecipò alla Piedigrotta Bideri intonando “Zi Carmilì” con una voce che era già forte, chiara, potentemente equilibrata.

Una carriera lunghissima costruita tra Eduardo e Pasolini

Il suo esordio nel cinema risale al 1956 con “Ricordati di Napoli”, pellicola diretta da Pino Mercanti, ma è sul palcoscenico che Angela Luce ha forgiato il suo temperamento, quella miscela esplosiva di intuizione e caparbietà che le permisero, giovanissima e autodidatta con la sola quinta elementare, di farsi scritturare da Eduardo De Filippo senza nemmeno sostenere un provino. Il grande drammaturgo, sentendola parlare, capì che quella ragazza aveva dentro qualcosa che non necessitava di verifiche, e la volle con sé in ruoli importanti, come in “Natale in casa Cupiello” accanto a Pupella Maggio, salvo poi allontanarla per un tempo perché non tollerava che si innamorasse dei colleghi. Ma la Luce, da buon sagittario, non si perse d’animo e continuò per la sua strada, incrociando registi del calibro di Luchino Visconti, che la voleva sentire cantare “Bammenella” durante le pause sul set de “Lo straniero”, e di Pier Paolo Pasolini, che la diresse nel “Decameron” facendole vincere il premio Reggia d’oro. Il suo curriculum, fatto di oltre ottanta film, annovera collaborazioni con mostri sacri come Totò, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni e Alberto Sordi, attraversando generi che andavano dalla commedia all’italiana di Dino Risi al cinema d’autore più sofisticato di Mario Martone, grazie al quale, con “L’amore molesto”, si aggiudicò un David di Donatello.

La voce inconfondibile di “Bammenella” e il successo a Sanremo

Se il cinema le ha regalato una popolarità trasversale, è stata però la musica a consegnarla all’eternità della memoria collettiva, e quel privilegio lo deve soprattutto a “So’ Bammenella ’e copp’ ’e Quartiere”, il capolavoro di Raffaele Viviani che Giuseppe Patroni Griffi ebbe l’intuizione di affidarle per lo spettacolo “Napoli notte e giorno”, presentato al Festival di Spoleto. La sua interpretazione di quella femminilità ambigua e disperata, capace di vendere amore per ottenerne uno vero, divenne talmente iconica da renderla l’unica artista al mondo presente nell’Archivio storico della canzone napoletana con una doppia esecuzione dello stesso brano, inciso a distanza di anni con la medesima, sconvolgente intensità. E poi c’era l’altra Angela, quella che nel 1975 portò “Ipocrisia” al Festival di Sanremo, piazzandosi al secondo posto e dimostrando che la sua arte non conosceva confini dialettali, sebbene il cuore battesse sempre e solo per le melodie della sua terra. Cantò in mondovisione dalla basilica di Santa Chiara, vinse la Maschera d’argento con “L’ultima tarantella” e scrisse testi come “Voglia”, che le valse persino un premio UNICEF, perché la sua sensibilità artistica era sempre accompagnata da una rara generosità umana.

L’amore per il teatro e il legame viscerale con la sua città

Ma è nel teatro, si sa, che si misura la statura vera di un’interprete, e Angela Luce i palchi li ha calcati tutti, da quelli londinesi dell’Old Vic a quelli di Parigi e Buenos Aires, portando sempre con sé l’odore di Napoli, quella miscela di polvere e mare che Totò, suo compagno di set, diceva di sentire quando lei cantava. Recitò per anni con Peppino De Filippo e con Nino Taranto, ma fu soprattutto nella prosa radiofonica e televisiva della Rai che lasciò tracce indelebili, come nello sceneggiato “Il cappello del prete” diretto da Sandro Bolchi o nella commedia “Il contratto” dove Eduardo, dopo averla riammessa al suo fianco, volle dimostrare a tutti che aveva avuto ragione a credere in lei. Negli ultimi tempi, nonostante l’età e gli acciacchi, non aveva mai smesso di partecipare alla vita culturale cittadina, aderendo a manifestazioni come la “Serenata alla Madonna” organizzata da Benedetto Casillo, e persino posando come modella per il pittore Aligi Sassu, che la ritrasse in due opere. La sua Napoli, quella che l’aveva vista nascere in una famiglia di artigiani tra via Mezzocannone e i profumi di una infanzia umile ma dignitosa, oggi piange la sua Luce, sapendo bene che una stella simile difficilmente tornerà a brillare con la stessa, autentica, prepotente intensità.

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