Angela Luce si è spenta a Napoli, addio alla voce di “Bammenella” e interprete colta della tradizione partenopea
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il suo ultimo pensiero pubblico, solo due giorni fa, era andato al Teatro Sannazaro, quel palcoscenico distrutto dalle fiamme che per decenni aveva rappresentato uno dei templi della prosa cittadina e che lei, Angela Luce, aveva frequentato con la consapevolezza di chi quel mestiere lo aveva imparato dai maestri. Oggi, venerdì 20 febbraio 2026, all’alba, la città di Napoli ha salutato la sua voce più autentica: Angela Savino, in arte Angela Luce, si è spenta all’età di 87 anni nella sua città, quella Napoli che non aveva mai voluto lasciare e che ne aveva fatto un simbolo vivente della propria anima artistica. La causa del decesso, come si è appreso, è da ricondurre a una grave insufficienza cardiaca, un male che negli ultimi tempi si era aggravato, complicato da problemi renali e respiratori che avevano minato la salute di un’artista dalla tempra apparentemente indistruttibile. La notizia, rimbalzata in poche ore dalle agenzie di stampa ai salotti televisivi, ha diffuso un cordoglio unanime che da Palazzo Santa Lucia, sede della Regione Campania, si è esteso fino ai vicoli dei Quartieri Spagnoli, quelli stessi in cui era nata artisticamente la sua “Bammenella”.
Nata nel dicembre del 1937, Angela Luce era stata scoperta ancora adolescente, quando con il coraggio e la freschezza dei suoi quattordici anni partecipò alla Piedigrotta Bideri cantando “Zì Carmilì”. Da lì, il passo per il teatro fu breve e naturale: Eduardo De Filippo, con quel suo sguardo capace di cogliere il talento autentico, la volle con sé per quattro anni, iniziando un sodalizio che l’avrebbe segnata per sempre e che l’avrebbe portata a calcare i palcoscenici più importanti, da Wiesbaden a Parigi, dal Théâtre Sarah Bernhardt all’Old Vic di Londra, fino a Buenos Aires e New York. Non si trattava, per lei, di semplice folklore, ma di una interpretazione colta e partecipe della drammaturgia napoletana, quella capace di intrecciare il dialetto più autentico con la grande letteratura, e che lei modulava con una voce calda e vellutata, perfetta tanto per la sceneggiata quanto per la poesia di Salvatore Di Giacomo.
Il cinema, i maestri e quel David vinto con “L’amore molesto”
Se il teatro rappresentava il suo amore primigenio, il cinema ne fece presto un volto noto al grande pubblico. L’esordio sul grande schermo arrivò nel 1958 con “Ricordati di Napoli” di Pino Mercanti, ma fu negli anni Sessanta che la sua carriera subì un’accelerazione decisiva. Lavorò con Dino Risi ne “Il vedovo”, con Mario Mattoli in “Signori si nasce” – dove girò una scena memorabile con Totò – e poi ancora con Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi. In ognuna di quelle pellicole, Angela Luce portava una verve ironica e una presenza scenica magnetica, spesso in ruoli di popolana o di soubrette, ma mai banali o stereotipati. L’incontro con Pier Paolo Pasolini nel 1971, per “Il Decameron”, le regalò una dimensione più internazionale e la consapevolezza di poter essere musa ispiratrice anche per un intellettuale scomodo e raffinato come il poeta friulano. Il coronamento di questa lunga carriera cinematografica giunse però nel 1996, quando Mario Martone la diresse in “L’amore molesto”, tratto dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante: per quell’interpretazione intensa e dolorosa, Angela Luce vinse il David di Donatello come migliore attrice non protagonista, un riconoscimento che suggellava la sua statura di interprete drammatica di prim’ordine.
La musica, Sanremo e l’archivio storico della canzone napoletana
Ma sarebbe riduttivo ricordare Angela Luce solo per il suo volto. La sua voce, capace di piegarsi alla malinconia come all’ironia più tagliente, l’ha resa una delle interpreti più amate della canzone classica napoletana. Al Festival di Sanremo del 1975 partecipò con “Ipocrisia”, un brano che molti ancora ricordano e che le valse un prestigioso secondo posto, dietro solo a “Ragazza del sud” di Gilda. Eppure, il suo cavallo di battaglia restava la “Bammenella ‘e copp’ ‘e Quartiere” di Raffaele Viviani, un personaggio complesso, quello della prostituta sadomasochista, che lei aveva fatto proprio rilanciandolo prima nello spettacolo “Napoli notte e giorno” per la regia di Giuseppe Patroni Griffi e, anni dopo, in una versione moderna con il sassofono di Marco Zurzolo. La sua interpretazione di quel brano divenne talmente iconica da renderla l’unica artista presente nell’Archivio storico della canzone napoletana con la doppia esecuzione dello stesso pezzo, una particolarità che testimonia la profondità e le diverse sfumature che seppe regalare a quel testo. Anche il regista John Turturro, del resto, la volle nel suo film “Passione” del 2010, per consegnare ai posteri l’immagine in bianco e nero di una signora della canzone che intona la sua Napoli davanti alla macchina da presa.
Il cordoglio delle istituzioni e la memoria di una “Bammenella” eterna
L’assessora al Turismo del Comune di Napoli, Teresa Armato, l’ha voluta ricordare con parole commosse, sottolineando come “la storia di Napoli sia una storia d’arte” e come Angela Luce, con le sue interpretazioni, abbia donato alla città “perle preziose e intramontabili”. Il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ha espresso il più sentito cordoglio a nome della giunta, definendola “una grande artista, capace di esprimere il suo talento in diversi ambiti e registri, dal teatro al cinema alla musica, con passione ed eleganza”. Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, ciò che resta è l’immagine di una donna che fino all’ultimo ha lottato per la sua città, come quando solo pochi giorni fa, parlando dell’incendio al Sannazaro, abbracciava idealmente la direttrice artistica Lara e la sorella Ingrid, augurandosi che il teatro potesse continuare il sogno di Luisa Conte. Una clip storica, recuperata dalle teche Rai e visibile sulla piattaforma “Milleluci”, la mostra nel 1974 accanto a un giovane Mariano Rigillo: lui nei panni di un guappo prepotente, lei in quelli della sua “Bammenella”, con quel tailleur scuro e quella sigaretta tra le dita, a raccontare la complessità di un personaggio che, come la sua interprete, era molto più di una semplice maschera. La sua Napoli, quella ferita del dopoguerra ma anche quella dei grandi intellettuali e dei registi, perde oggi una delle sue ultime vere regine.




