Napoli, l'addio ad Angela Luce: l’ultima regina di cantanapoli si è spenta all’alba
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Si chiamava Angela Savino, quella bambina nata ai piedi di Mezzocannone nel lontano 1937, ma chiunque, anni dopo, le abbia cucito addosso lo pseudonimo di Angela Luce, deve aver intuito che quella vocazione artistica – così istintiva e, al contempo, così ferocemente coltivata – avrebbe portato luminosità e calore non solo alle canzoni che avrebbe interpretato, ma anche ai ruoli, talvolta drammatici e talvolta comici, che l’hanno resa un volto familiare per generazioni di spettatori. Ed è in una livida alba partenopea, proprio mentre il sonno della città iniziava a cedere il passo al primo vociare dei mercati e allo sciabordio del mare contro la scogliera di Posillipo, che quella luce si è spenta: l’artista, 87 anni compiuti lo scorso dicembre, è stata stroncata da un'aggravarsi delle condizioni di salute, un quadro clinico complesso che, secondo quanto si apprende, vedeva un'insufficienza cardiaca aggravata da acciacchi renali e respiratori. Negli ultimi tempi, del resto, la diva – e di quelle dive dall'orgoglio smisurato e dal temperamento vulcanico che hanno segnato un'epoca dello spettacolo italiano – si era chiusa in un riserbo pudico, quasi non volesse mostrare al suo pubblico, quello che l'aveva amata e corteggiata per decenni, il declino fisico che inevitabilmente accompagna il trascorrere del tempo. Faceva male, evidentemente, a quell'eterea e caparbia ragazzina capace di conquistare Eduardo e Peppino, Totò e Nino Taranto, Pier Paolo Pasolini e Mario Martone, l'idea di apparire malandata e acciaccata agli occhi di chi l'aveva sempre vista splendida e magnetica sul palcoscenico o sul grande schermo.
Dalla Piedigrotta al David, una carriera senza compromessi tra cinema e teatro
L'ultimo, struggente pensiero pubblico affidato ai social, datato 17 febbraio, era stato per il teatro Sannazaro, quel tempio della scena napoletana divorato dalle fiamme pochi giorni prima, a cui la legavano ricordi personali e affetti profondi: un messaggio di dolore e di sprone a ricostruire, quasi a voler esorcizzare, con la forza della parola, la fine di un luogo che aveva rappresentato il sogno di Luisa Conte. Ma la storia di Angela Luce, però, è costellata di incontri decisivi e di interpretazioni che hanno lasciato il segno, e non solo nell'ambito ristretto della canzone melodica, dove pure molti l'identificano, in particolare per quella "Bammenella" di Raffaele Viviani che ripropose in una memorabile edizione per la regia di Giuseppe Patroni Griffi, un'interpretazione talmente iconica da renderla, di fatto, l'unica artista presente nell'Archivio storico della canzone napoletana con una doppia esecuzione del medesimo brano. Il suo esordio, però, risaliva al 1955, quando, quattordicenne, calcò il palcoscenico della Piedigrotta Bideri con "Zì Carmilì", mostrando già una presenza scenica fuori dal comune e una voce calda e profonda, venata di quella malinconia che diverrà il suo marchio di fabbrica. Da lì, il passo per il teatro fu breve e naturale, e fu quel genio assoluto di Eduardo De Filippo a volerla con sé, per quattro anni, in ruoli centrali del suo repertorio, un apprendistato artistico e umano che la segnerà indelebilmente, fino alla registrazione televisiva de "Il contratto" per la Rai, avvenuta nel 1981.
Il cinema, poi, la consacrò definitivamente, facendola lavorare accanto a giganti come Totò, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni e Alberto Sordi, in pellicole che spaziavano dalla commedia all'italiana più brillante a un cinema d'autore più complesso. Memorabile, in tal senso, la sua partecipazione al "Decameron" di Pier Paolo Pasolini nel 1971, un'esperienza che le valse il premio Reggia d'oro, ma anche ruoli in film come "Il vedovo" di Dino Risi o "Signori si nasce" di Mario Mattoli, dove la sua presenza riusciva a impreziosire anche le parti più secondarie. Il riconoscimento più alto, tuttavia, giunse nel 1996, quando Mario Martone la diresse in "L'amore molesto", pellicola tratta dall'omonimo romanzo di Elena Ferrante, e la sua interpretazione intensa, dolorosa e profondamente autentica le valse il David di Donatello come migliore attrice non protagonista, un premio che suggellava una carriera fatta di sacrificio e talento, e che la proiettava in una dimensione artistica ancora più alta, confermata, anni dopo, da una candidatura al Nastro d'Argento per "La seconda notte di nozze" di Pupi Avati.
La voce di Napoli e quell'orgoglio per le origini
Parallelamente all'attività cinematografica, Angela Luce non aveva mai abbandonato la musica, partecipando al Festival di Sanremo nel 1975 con "Ipocrisia", brano che si classificò secondo e che divenne un cavallo di battaglia, e incidendo decine di album in cui esplorava il repertorio classico partenopeo, da Salvatore Di Giacomo a Libero Bovio, ma anche canzoni più moderne e di denuncia sociale. La sua voce, calda e avvolgente, sapeva piegarsi ai registri più diversi, dalla sceneggiata, dove recitò accanto a Mario Merola, al caffè chantant, fino a collaborazioni con musicisti contemporanei come Marco Zurzolo, con cui riarrangiò "Bammenella" in chiave jazz, spostando idealmente la vicenda della prostituta dei Quartieri Spagnoli sui marciapiedi di una New York notturna e metropolitana, e fu proprio John Turturro a volerla, con quella versione, nel suo film "Passione", un omaggio alla musica napoletana. Per consentire alla città, quella stessa città che l'aveva vista nascere e che lei non aveva mai voluto abbandonare – nonostante i successi e le lusinghe del cinema romano e milanese – di salutare la sua "ultima regina", è stata allestita una camera ardente, nella mattinata di sabato 21 febbraio, presso la Sala dei Baroni al Maschio Angioino, dove numerosi colleghi, amici e semplici cittadini si sono recati per porgere un ultimo saluto. E poi, nel pomeriggio, i funerali nella Chiesa di San Ferdinando, quella che tutti a Napoli chiamano la Chiesa degli Artisti, in piazza Trieste e Trento, a pochi passi dal Teatro San Carlo.
Lei, che era fiera della sua bellezza, delle sue forme, della sua caparbietà nel conquistare un successo che certo non le era stato regalato, non mancava mai, però, di ricordare con tenerezza e un pizzico di teatrale ironia le sue umili origini e la sua istanza modesta, la licenza elementare. "Vedi dove sono arrivata", diceva sorridendo, con quel suo fare al tempo stesso da primadonna e da bambina, sfogliando con orgoglio un libretto di poesie, "Momenti di luce", che aveva scritto e pubblicato, a dimostrazione che l'arte, quando è autentica, non ha bisogno di titoli di studio, ma solo di anima e di quella straordinaria capacità di raccontare la vita, quella vera, fatta di passione, di dolore, di amore e di quella malinconia che solo Napoli sa trasformare in canto.




