Addio ad Angela Luce, la voce di Napoli si è spenta a 87 anni
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Se n’è andata all’alba, nella sua città, circondata da quel mare che amava osservare dalla finestra di casa sua, a via Caracciolo, con il Vesuvio a farle da sentinella e, nei giorni più limpidi, lo sguardo che poteva perdersi fino a Capri e Sorrento. Angela Luce, all’anagrafe Angela Savino, è morta all’età di 87 anni – o forse 86, ché la data di nascita, tra il 1937 e il 1938, era un vezzo che lasciava volutamente nel vago, quasi a proteggere il mistero di un’esistenza interamente votata all’arte – a causa di una grave insufficienza cardiaca, complicata da acciacchi renali e respiratori che negli ultimi tempi ne avevano aggravato le condizioni. La notizia, diffusa nella mattinata, ha gelato il mondo dello spettacolo e una città intera, quella Napoli che lei aveva incarnato come poche, facendosi interprete autentica e visceralmente popolare di una tradizione complessa, fatta di risata e tragedia, di fame e poesia, di cultura alta e sentimento popolare. L'ultimo suo pensiero pubblico, e non può che suonare come un testamento doloroso e profetico, era andato al teatro Sannazaro, distrutto da un incendio solo pochi giorni prima: un appello accorato, affidato ai social, perché il sogno di Luisa Conte potesse rinascere dalle ceneri, e un abbraccio a Ingrid e Lara, quasi a voler stringere idealmente le macerie di un luogo che della drammaturgia partenopea era stato tempio.
Una carriera lunghissima tra Eduardo, Pasolini e i David di Donatello
Il suo esordio, da giovanissima, porta il profumo della Piedigrotta: a soli quattordici anni partecipò alla Piedigrotta Bideri con *Zì Carmilì*, presentandosi ancora con il suo vero nome, e già allora la voce era quella di una forza della natura, chiara, potente, equilibrata. Da lì, il passo per il cinema fu breve, e arrivò con *Ricordati di Napoli* di Pino Mercanti, per poi infilare una serie di pellicole che avrebbero segnato un'epoca: da *Il vedovo* di Dino Risi a *Signori si nasce* di Mario Mattoli, accanto a un Totò che le diede il là per una scena diventata memorabile, fino a *La marcia su Roma* e *Letto a tre piazze*. La sua capacità di muoversi con disinvoltura tra la commedia e il dramma la rese un volto amatissimo, e le collaborazioni si infittirono con i mostri sacri della scena italiana, da Vittorio Gassman a Marcello Mastroianni, da Alberto Sordi a Nino Manfredi. Ma fu l'incontro con Pier Paolo Pasolini, nel *Decameron* del 1971, a consegnarla a una dimensione diversa, più colta e rarefatta, che le valse il premio Reggia d'oro di Caserta. E poi, naturalmente, il teatro, che era il suo grande amore: Eduardo De Filippo la volle con sé per quattro anni, facendone una delle interpreti più sensibili del suo repertorio, e lei lavorò anche con Peppino De Filippo e Nino Taranto, calcando i palcoscenici dei maggiori festival internazionali, da Parigi a Londra, da Buenos Aires a New York.
La vittoria del David e quel secondo posto a Sanremo con "Ipocrisia"
Parallelamente alla recitazione, Angela Luce non abbandonò mai la musica, che era la sua linfa vitale. La sua interpretazione di *So' Bammenella 'e copp' 'e Quartiere* di Raffaele Viviani, riletta per la regia di Giuseppe Patroni Griffi in *Napoli notte e giorno*, divenne talmente iconica da renderla l'unica artista presente nell'Archivio storico della canzone napoletana con una doppia esecuzione dello stesso brano. Partecipò al Festival di Sanremo nel 1975, classificandosi seconda con *Ipocrisia*, un brano di Pino Giordano ed Eduardo Alfieri che la sua voce rese indimenticabile, melodrammatico al punto giusto. E al Festival di Napoli, nel 1970, arrivò seconda con *'O divorzio*. Ma il riconoscimento più alto, quello che suggellava una carriera di sacrifici e talento, arrivò nel 1996, quando Mario Martone la volle per *L'amore molesto*, il film tratto dal romanzo d'esordio di Elena Ferrante. La sua interpretazione di Amalia, la madre annegata in circostanze misteriose, fragile e carnale al tempo stesso, le valse il David di Donatello come migliore attrice non protagonista, e il film venne candidato alla Palma d'oro al Festival di Cannes. Una prova intensa, quella accanto a una straordinaria Anna Bonaiuto, che dimostrò come la sua vena drammatica fosse capace di profondità insospettate.
L'orgoglio per le sue origini e l'eredità culturale di Napoli
Negli anni Duemila, Pupi Avati la volle per *La seconda notte di nozze*, ruolo che le fruttò una candidatura al Nastro d'argento, e John Turturro la chiamò per *Passione*, il suo omaggio alla canzone napoletana, e lei fu orgogliosa di apparire in una scena in bianco e nero, la voce che intonava *Bammenella* mentre il sassofono di Marco Zurzolo la trasportava idealmente sui marciapiedi di New York. Amava raccontare di quando Aligi Sassu la volle modella per due sue opere, e sfoggiava con fierezza il suo libretto di poesie, *Momenti di luce*, candidato al Premio Camaiore. *Vedi dov'è arrivata una donna sola con la licenza della quinta elementare in tasca*, diceva, a sottolineare un percorso di riscatto e dignità che l'aveva vista protagonista assoluta. La sua Napoli, quella che non aveva mai voluto lasciare, perde oggi una delle sue voci più autentiche, un'artista che aveva saputo intrecciare la tradizione di Piedigrotta con la modernità di Martone, la comicità di Totò con la poesia malinconica di Viviani, lasciando un vuoto incolmabile nel panorama culturale italiano.




