Manovra 2026, per i dividendi scatta la soglia del 10%: corsa alle delibere entro il 31 dicembre
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Redazione Economia
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L’articolo 18 del Disegno di Legge di Bilancio per il 2026 apporta una modifica sostanziale al regime fiscale dei dividendi, la quale, sebbene attesa, impone una riflessione immediata sulla pianificazione delle società interessate. La novità più rilevante, che inciderà profondamente sulle strategie aziendali, riguarda il trattamento delle partecipazioni infragruppo, per le quali il regime di favore – che consentiva di tassare solo il 5% dell’ammontare del dividendo, godendo così di una sostanziale esenzione sul restante 95% – sarà d’ora in poi riservato esclusivamente a chi detiene una quota, diretta o indiretta, non inferiore al 10%. Questo cambiamento, che si applicherà a tutte le distribuzioni deliberate a partire dal primo gennaio 2026, segna un punto di discontinuità con il passato, costringendo molti soggetti a rivedere i propri assetti proprietari e le politiche di distribuzione degli utili.
La ricerca di risorse alternative
Parallelamente all’intensificarsi delle voci di opposizione contro questa norma, che di fatto aumenta la tassazione per le partecipazioni al di sotto della nuova soglia, il governo guidato da Giorgia Meloni si trova a dover fronteggiare la necessità di reperire circa un miliardo di euro. L’obiettivo, come emerso da più parti, sarebbe quello di trovare fonti di copertura alternative per cancellare, o quantomeno mitigare, l’impatto della nuova tassa sui dividendi. Tra i critici più fermi spicca Forza Italia, il cui responsabile economico ha pubblicamente denunciato il rischio di una doppia tassazione sugli utili d’impresa, un meccanismo che, secondo i calcoli del partito, finirebbe per far superare la soglia massima dell’imposizione fiscale, portandola a un livello considerevolmente più alto di quello attualmente previsto.
Le pressioni per una rimodulazione
Proprio in ragione di queste obiezioni, che mettono in luce le potenziali distorsioni del provvedimento, si registrano aperture per una sua rimodulazione. La Lega, in particolare, sta esercitando pressioni affinché si intervenga per rendere la misura più equa, evitando appunto l’effetto di una doppia imposizione fiscale che molti giudicano penalizzante per il sistema produttivo. L’idea che circola negli ambienti politici è quella di lavorare su una revisione dell’articolo 18, preservando l’intento di contrastare gli abusi ma al tempo stesso tutelando quelle realtà che, pur non raggiungendo la quota del 10%, rappresentano un tessuto economico vitale per il paese.
Le implicazioni pratiche per le società
Al di là del dibattito politico, che rimane acceso e dalle conclusioni non scontate, la nuova disciplina fiscale crea un’urgenza operativa per molte imprese. Esse, infatti, si trovano davanti a una scadenza precisa, il 31 dicembre di quest’anno, entro la quale è possibile deliberare distribuzioni di utili ancora soggette al vecchio e più vantaggioso regime. Ciò sta scatenando una corsa contro il tempo per approvare delibere di dividendi, un’attività che impegna gli organi amministrativi e che potrebbe avere un impatto significativo sulla liquidità e sulla pianificazione finanziaria di numerose aziende, le quali devono valutare con attenzione le conseguenze di un prelievo anticipato rispetto a un futuro con un carico fiscale maggiore.




