Il petrolio vola sopra i 100 dollari nonostante il rilascio record delle riserve, l’Aie parla di successo ma i mercati credono alla minaccia di Khamenei
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Redazione Economia
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L’annuncio, definito dall’Agenzia internazionale dell’energia come il più imponente nella sua cinquantennale storia, voleva essere una doccia fredda sulle speculazioni e un argine sicuro all’impennata del greggio. E invece, l’effetto è stato esattamente opposto a quello sperato. L’operazione coordinata che immetterà sul mercato qualcosa come quattrocento milioni di barili complessivi – dei quali centosettantadue milioni prelevati direttamente dalla riserva strategica statunitense – non solo non ha raffreddato i prezzi, ma li ha visti nuovamente balzare oltre la soglia psicologica dei cento dollari al barile per il Brent, con il greggio americano (Wti) attestarsi poco sotto, intorno ai novantacinque. Una reazione, quella dei mercati, che somiglia più a un voto di sfiducia che a un sospiro di sollievo. Se l’obiettivo era dimostrare che l’offerta globale può contare su un cuscinetto invalicabile, i trader e gli investitori hanno risposto alzando il tiro, scommettendo sulla scarsità e non sull’abbondanza. L’ottimismo di facciata mostrato dall’Aie, che pure parla di “successo” dell’iniziativa, stride apertamente con l’andamento delle quotazioni, che continuano a ignorare i volumi messi a disposizione dalle economie occidentali.
Il punto è che la partita, ormai, non si gioca più solo sui fondamentali dell’offerta e della domanda, ma sul terreno minato della geopolitica e sulle dichiarazioni che arrivano da Teheran. E qui, il quadro si fa drammaticamente più complesso. La nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, alla sua prima uscita pubblica dopo la successione, ha lanciato un messaggio chiarissimo: lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita una fetta consistente del petrolio mondiale, “resterà chiuso” e verrà utilizzato come una vera e propria arma di pressione. Non una minaccia vaga, dunque, ma una dichiarazione d’intenti precisa che punta a colpire il nemico – Stati Uniti e Israele in primis – nel suo punto più vulnerabile, ossia la stabilità economica e il prezzo dell’energia. I mercati, evidentemente, hanno preso alla lettera queste parole. Le assicurazioni provenienti da Parigi o da Washington contano poco di fronte alla realtà di una via d’acqua strategica di fatto bloccata e alla determinazione, mostrata dalla nuova leadership iraniana, di trasformare il conflitto in un logoramento economico globale.
La scommessa fallita dell’occidente e la nuova dottrina Khamenei
L’operazione di rilascio delle riserve, per quanto mastodontica sulla carta, mostra così tutti i suoi limiti strutturali. Si tratta di una misura tampone, concepita per gestire crisi temporanee e shock di breve periodo, ma che rivela la sua inefficacia quando il problema diventa sistemico e la fonte dell’instabilità non è un disastro naturale o un guasto tecnico, ma un conflitto bellico aperto e senza una fine programmata. La tempistica stessa del rilascio gioca contro la sua efficacia: i volumi americani, ad esempio, impiegheranno circa centoventi giorni per fluire completamente sul mercato, un arco temporale enorme in una situazione in cui le variabili militari cambiano di ora in ora. La risposta di Donald Trump, che ha annunciato l’operazione parlando di un ritorno a un petrolio a buon mercato (ricordando un accordo sfumato a venticinque dollari al barile) e promettendo di riempire nuovamente le riserve non appena possibile, ha il tono della campagna elettorale permanente, ma si scontra con la determinazione di un nemico che, come nel caso della nuova Guida Suprema, non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro.
Il fattore Hormuz e la risposta dei mercati asiatici
Il fronte asiatico, del resto, ha già iniziato a prezzare il rischio di una chiusura prolungata. Le borse di Tokyo, Seul e Shanghai hanno chiuso in territorio ampiamente negativo, appesantite dal doppio fardello di un greggio in corsa e di una valuta americana che si rafforza, complicando ulteriormente gli acquisti di materie prime per i paesi importatori. Lo spettro di una stagflazione torna a farsi concreto. E mentre i listini arretrano, il petrolio continua a salire, alimentato anche dalle notizie di attacchi a infrastrutture energetiche e navi nelle acque irachene e nel Golfo Persico, un allargamento del conflitto che rende la chiusura dello Stretto di Hormuz non più solo una minaccia verbale, ma una realtà operativa. La scelta di Mojtaba Khamenei di riapparire sulla scena pubblica con questa dichiarazione di guerra economica rappresenta un salto di qualità nello scontro. Non si tratta più di colpire basi militari, ma di innescare una crisi energetica globale che logori l’avversario dall’interno, giocando sulla variabile che ogni presidente americano teme di più: il prezzo della benzina alle pompe.
Il paradosso del greggio che non si ferma
Si consuma così il paradosso di un’operazione senza precedenti che fallisce il suo obiettivo primario. L’Aie può definire “storico” il rilascio, ma la storia recente insegna che quando i mercati dubitano della continuità dell’offerta e vedono il conflitto allargarsi, le riserve strategiche diventano un palliativo. Il petrolio che continua a volare sopra i cento dollari è la misura esatta di quanto la minaccia iraniana sia stata presa sul serio. I trader guardano a Hormuz, guardano alle dichiarazioni della nuova Guida Suprema che promette di tenere chiuso il rubinetto, e scommettono che la pazienza di Teheran durerà più a lungo delle scorte accumulate nei silos americani. E in questo braccio di ferro, dove ogni barile liberato sembra assorbito dal mercato senza colpo ferire, l’unica certezza è che la variabile militare ha preso il sopravvento su quella economica, e che il prezzo del greggio è ormai saldamente ancorato alle sorti di un conflitto di cui non si vede la fine.
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