La guerra nel Golfo e il nodo di Hormuz: navi bloccate, petroliere fantasma e il pressing saudita

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Lo Stretto di Hormuz, quel sottile nastro d’acqua tra Oman e Iran che vede transitare quotidianamente un quinto del petrolio mondiale, è diventato il teatro di una partita a scacchi dove nessuno sembra in grado di dare scacco matto. Da una parte, la flotta americana – una task force imponente che schiera una portaerei, decine di navi da guerra, cento tra caccia e droni e diecimila militari – presidia le rotte con la dichiarata intenzione di garantire la libertà di navigazione. Dall’altra, l’Iran, che ha imparato a giocare sull’ambiguità: non un blocco navale classico, ma un sistema di minacce asimmetriche, sequestri selettivi e interdizioni intermittenti che rendono Hormuz un passaggio “parzialmente chiuso”. Parzialmente, appunto, perché alcune petroliere riescono a transitare – quelle battenti bandiera cinese o russa, o quelle che hanno negoziato in silenzio con Teheran – mentre altre, specialmente se legate a Stati Uniti, Regno Unito o Israele, vengono fermate, ispezionate o dirottate verso acque iraniane.

Un muro mobile e le nuove imposizioni di Washington

La strategia americana, va detto, non mira a fermare *tutte* le petroliere, ma a strangolare economicamente il regime dei mullah colpendo le sue esportazioni e quelle dei suoi alleati. Il problema, come emerge dalle cronache, è che il “muro” eretto da Teheran – fatto di motovedette veloci, mine vaganti e minacce cyber – si sposta continuamente. Le nuove imposizioni di Washington, che includono sanzioni secondarie per qualsiasi armatore osi toccare un porto iraniano, hanno di fatto creato un doppio binario: le navi che si sottomettono ai controlli della coalizione guidata dagli Stati Uniti ottengono un corridoio protetto; le altre, in particolare quelle sudcoreane, restano in attesa in acque internazionali, come riferisce l’agenzia Yonhap. La Corea del Sud, a questo proposito, avrebbe già condiviso con Teheran informazioni dettagliate sulle proprie navi bloccate, un segnale inequivocabile che il governo di Seul sta valutando un’interlocuzione diretta con la Repubblica Islamica, scavalcando di fatto il veto americano.

L’asse europeo, i negoziati Rubio e il pressing saudita

In parallelo, l’Europa tenta di ritagliarsi un ruolo da mediatrice pratica. Fonti diplomatiche riferiscono che diversi Paesi europei stanno elaborando un piano per una vasta coalizione – questa volta non a guida Usa – finalizzata a garantire la libera circolazione marittima attraverso lo Stretto. Il progetto prevede l’invio di navi sminatrici e unità militari di scorta, un’operazione complessa che richiederebbe settimane di preparazione. Nel frattempo, il segretario di stato americano, Rubio, avvia oggi negoziati diretti tra Israele e Libano, un dossier solo apparentemente slegato dalla crisi di Hormuz: qualsiasi escalation sul fronte libanese rischia di infiammare ulteriormente il Golfo. E mentre il principe Bin Zayed, il premier spagnolo Sanchez e il ministro russo Lavrov si incontrano a Pechino – un vertice dal sapore inequivocabilmente anti-americano – il Wall Street Journal rivela un pressing saudita senza precedenti sugli Stati Uniti. Riad, si legge, teme che il caos di Hormuz si estenda a Bab el-Mandeb, lo Stretto dello Yemen, chiudendo di fatto anche quella rotta vitale per il regno.

La pazienza cinese e l’analogia con Willie il Coyote

La risposta della Cina, in questo quadro, è stata prudente ma non neutrale. Pechino ha invocato la riapertura totale di Hormuz “per il bene del commercio internazionale”, una formula che suona come un implicito rimprovero all’amministrazione Trump. Perché la guerra nel Golfo Persico, come ebbe a dire papa Francesco, entra ormai a pieno titolo in quella che lui chiamava «la terza guerra mondiale a pezzi». Un conflitto, quello attuale, che non si gioca più solo con le armi, ma sul controllo delle materie prime essenziali per l’economia dei due Paesi. C’è chi, come l’analista Gregory Alegi, paragona la strategia di Trump contro l’Iran alla corsa di Willie il Coyote: l’inseguimento ostinato, l’impatto inevitabile contro il muro e, come cantava John Lennon, la vita che accade mentre si fanno altri progetti. Con una differenza non banale: il Coyote, nei cartoni, non muore mai. Qui, invece, le navi ferme in mare e i marinai sudcoreani bloccati a Hormuz sono un fatto concreto.

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