Il petrolio frena dopo la notte di fuoco, il Brent arretra sotto i 97,6 dollari
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Redazione Economia
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La corsa del greggio, quella che nelle ultime ore aveva riportato il benchmark europeo ampiamente sopra la soglia psicologica dei cento dollari al barile, ha subito un improvviso rallentamento. Il contratto future sul Brent con consegna a maggio, dopo aver toccato picchi che non si vedevano da tempo, ha corretto la traiettoria attestandosi a 97,6 dollari, segnando comunque un incremento consistente, pari al 6,12 per cento. Analogamente, il West Texas Intermediate, il greggio di riferimento per il mercato americano con scadenza ad aprile, ha visto il suo valore salire del 5,6 per cento, portandosi a 92,19 dollari. Questa lieve flessione, che segue una notte di rialzi vertiginosi, non deve trarre in inganno, perché il mercato rimane estremamente volatile e nervoso, con gli occhi puntati su ciò che accade nello scacchiere mediorientale.
La ragione principale di queste fluttuazioni, che ricordano per intensità quelle dei periodi di maggiore tensione geopolitica, va ricercata negli sviluppi del conflitto che vede contrapposti Stati Uniti e Iran. Le notizie di attacchi portati contro petroliere in transito nelle acque del Golfo Persico, e in particolare al largo delle coste irachene, hanno fatto temere un’interruzione prolungata e sistematica dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, un vero e proprio collo di bottiglia attraverso cui transita una quota significativa dell’oro nero mondiale. Questi attacchi, dei quali alcuni funzionari iracheni avrebbero attribuito la responsabilità a imbarcazioni cariche di esplosivo partite dall’Iran, hanno di fatto vanificato, agli occhi dei trader, gli sforzi compiuti dalle istituzioni internazionali per calmierare i prezzi.
La mossa dell’Agenzia internazionale dell’energia e la risposta del mercato
Proprio mentre le quotazioni schizzavano verso l’alto, l’Agenzia internazionale dell’energia aveva annunciato un intervento senza precedenti per cercare di immettere liquidità nel mercato e attenuare le paure di una stretta dell’offerta. I paesi membri, riuniti d’urgenza, avevano dato il via libera al rilascio di 400 milioni di barili provenienti dalle riserve strategiche, la più grande operazione coordinata di questo genere nella storia dell’ente. Di questi, una parte sostanziale, pari a 172 milioni di barili, sarebbe stata messa a disposizione dagli Stati Uniti, come confermato dal dipartimento dell’Energia americano. Tuttavia, l’annuncio, che in condizioni normali avrebbe probabilmente raffreddato gli animi, è stato percepito come una goccia nel mare, o meglio, come la conferma implicita che la crisi in atto è talmente profonda da richiedere rimedi straordinari.
Il mercato, infatti, sembra scontare non tanto una carenza momentanea, quanto il rischio di una destabilizzazione cronica dell’area. Le dichiarazioni del presidente americano, secondo cui il conflitto con l’Iran potrebbe risolversi, non sono bastate a placare i timori degli investitori, che guardano invece ai fatti concreti: le fiamme divampate su due navi cisterna straniere che trasportavano carburante iracheno e la sospensione delle operazioni in alcuni terminal petroliferi della regione sono eventi che pesano ben più di qualsiasi comunicato ufficiale. La domanda che tutti si pongono, e che tiene banco sui mercati finanziari di tutto il mondo, è se e quando il transito attraverso lo Stretto di Hormuz potrà tornare a scorrere regolare, perché finché permarrà questa incertezza, il prezzo del greggio resterà ancorato a questi livelli elevati, pronti a nuove impennate al minimo segnale di un’escalation.
L’effetto domino su borse, valute e materie prime
La volatilità del petrolio, come un’onda d’urto, si è propagata con immediatezza a tutti gli altri comparti dell’economia globale. Le borse asiatiche, in particolare, hanno aperto le contrattazioni in forte ribasso, con il Nikkei giapponese e l’indice Hang Seng di Hong Kong che hanno lasciato sul terreno percentuali consistenti, mentre l’euro cedeva terreno nei confronti del dollaro, risucchiato verso quota 1,15 e visto dagli investitori come un bene rifugio in tempi di turbolenza. Parallelamente, il prezzo del gas naturale ad Amsterdam ha ripreso a salire, superando i 52 euro al megawattora, in un contesto in cui l’inflazione, che si sperava ormai domata, torna a mostrare i denti, complicando le scelte di banche centrali come la Federal Reserve e la Banca centrale europea. Queste ultime, che avevano avviato un percorso di allentamento della politica monetaria, potrebbero essere costrette a riconsiderare i loro piani, con il rischio di un ulteriore rallentamento dell’attività economica. L’impennata dei prezzi dell’energia, innescata dalle ostilità in Medio Oriente, rappresenta così un nuovo, pericoloso fattore di incertezza per un’economia mondiale che non aveva ancora del tutto assorbito gli shock degli anni passati.




