Oro e argento in forte discesa, timori per un aumento dei tassi
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Redazione Economia
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L’ultima seduta della settimana si è aperta con un tonfo netto per i metalli preziosi, un segnale che gli operatori di mercato non possono liquidare come una semplice correzione tecnica. L’oro e l’argento, infatti, hanno subito un calo significativo dopo che i dati macroeconomici emersi nei giorni scorsi hanno spazzato via ogni residua speranza di un prossimo taglio al costo del denaro; al contrario, quelle stesse rilevazioni – a partire dall’inflazione ancora elevata e da consumi interni sorprendentemente resilienti – hanno riacceso l’ipotesi di un rialzo dei tassi sempre più imminente da parte delle principali banche centrali. È noto, per chi frequenta questi mercati, che entrambi i metalli prosperano proprio in scenari caratterizzati da bassi tassi di interesse, dove il costo-opportunità di detenere attività prive di rendimento cedolare si riduce drasticamente. Ora che la prospettiva è capovolta, i bilanci del 2026 si sono già ridimensionati: per l’oro si parla di un +6%, per l’argento di un +9,0%, performance che solo poche settimane fa sembravano ampiamente superabili.
Il ritorno degli asset alternativi tra guerre e inflazione ostinata
Proprio mentre il metallo giallo e quello grigio perdono smalto sui listini, paradossalmente tornano a essere guardati con rinnovato interesse come tassello degli investimenti cosiddetti alternativi. Inflazione che non molla la presa, incertezza geopolitica legata ai conflitti in corso e una diffusa voglia di diversificare i portafogli stanno riportando l’oro – e con lui le pietre preziose – al centro del radar degli investitori. Lungi dall’essere un semplice vezzo da cassettista o una reliquia di un’epoca passata, il metallo giallo e le gemme rare vengono letti sempre più come polizze assicurative patrimoniali, a patto però di conoscerne limiti, costi e non da ultimo i rischi di illiquidità che li caratterizzano. Non si tratta di scommettere su un’impennata fulminea, ma di presidiare una fetta del portafoglio che possa reggere quando i mercati tradizionali – azioni e obbligazioni – ballano al ritmo dei comunicati della Fed.
Dollaro in rafforzamento, l’oro scende sotto i 4.600 dollari
Il dado è tratto: il prezzo dell’oro è scivolato sotto la soglia psicologica dei 4.600 dollari, un livello che molti analisti consideravano un pavimento solido, mentre il dollaro americano continua il suo inesorabile rafforzamento. A spingere il biglietto verde sono proprio i dati macroeconomici superiori alle attese pubblicati nelle scorse settimane: inflazione elevata, consumi resilienti e rendimenti obbligazionari in crescita hanno convinto il mercato che la Federal Reserve possa mantenere una linea restrittiva ancora a lungo, se non addirittura prendere in considerazione – ipotesi fino a poco fa ritenuta remota – ulteriori rialzi dei tassi entro la fine dell’anno. Ne consegue una rivalutazione profonda dello scenario monetario americano, che ha gettato nella giostra dei ribassi anche l’argento, tradizionalmente più volatile e più sensibile alle variazioni del ciclo industriale oltre che di quello finanziario.
Domanda da Etf e banche centrali: un quadro composito ad aprile
Se si guarda ai flussi registrati nei mesi scorsi, emerge un quadro tutt’altro che lineare. Dopo i deflussi di febbraio dagli Etf e le vendite di oro fisico da parte di alcune banche centrali bisognose di liquidità operativa – principalmente la Turchia, che ha venduto 79 tonnellate per difendere il cambio, e poi la Russia con sei tonnellate – le tensioni geopolitiche di aprile e quelle economiche legate al petrolio hanno riportato l’attenzione degli investitori verso i metalli preziosi. Un’attenzione composta, va detto, vista la pacatezza dei prezzi e dei volumi di scambio, ma comunque reale. I nuovi afflussi netti registrati dagli Etf americani si sono attestati a un miliardo di dollari, quelli asiatici a 1,8 miliardi; a guidare la domanda di aprile sono stati però gli Etc europei, che hanno raggiunto i 3,7 miliardi di dollari secondo i dati del World Gold Council. Un segnale che, pur in un contesto di tassi in salita, qualcosa nei meccanismi di protezione dal rischio stia ancora funzionando.




