Frana di Petacciato, la Fiap: “Aumento dei costi del 70% per le imprese dell’autotrasporto”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La già precaria equazione economica su cui viaggia l’autotrasporto italiano, messa a dura prova dalla crisi energetica conseguente alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ha subito un’ulteriore e improvvisa accelerazione verso il baratro. A spezzare la catena logistica, infatti, ci ha pensato la terra: la riattivazione della frana di Petacciato, un movimento franoso che ha bloccato simultaneamente l’arteria autostradale A14, la parallela SS16 Adriatica e la linea ferroviaria, ha generato un cortocircuito infrastrutturale senza precedenti in quella che viene definita la “dorsale adriatica”. Per le aziende di trasporto, costrette a dover riprogrammare rotte e tempi su tre regioni – Abruzzo, Molise e Puglia – l’effetto è stato quello di un pugno nello stomaco. La Fiap, l’associazione che le rappresenta, ha parlato chiaramente di un’emergenza economica immediata, quantificando l’impatto in un rincaro dei costi operativi che raggiunge, in alcuni casi, punte del 70%.

Il nodo geologico e l’allarme della protezione civile

La frana, che negli ultimi giorni ha mostrato una pericolosa evoluzione per poi arrestarsi, ha di fatto isolato un intero segmento del traffico nazionale. Fabio Ciciliano, capo dipartimento della Protezione Civile, non ha usato mezzi termini nel descrivere la complessità del quadro: la situazione, ha spiegato al termine di una riunione del Comitato operativo, “è molto complessa e porterà via qualche settimana se non addirittura qualche mese”. Un’affermazione, questa, che ha gelato ogni ottimismo di una rapida riapertura; chi si aspettasse un ripristino dell’A14 e della linea ferroviaria in cinque o sette giorni, ha aggiunto il funzionario, “è fuori strada”. Palazzo Chigi segue con attenzione l’evoluzione dei rilievi tecnici, in attesa di conoscere l’esito delle verifiche sul terreno, mentre a Campobasso si è dovuti persino arrivare alla chiusura degli istituti scolastici, a testimonianza della pervasività del fenomeno.

Ponte crollato sul Trigno e la promessa di Salvini

Tra le infrastrutture più colpite vi è il ponte sul fiume Trigno, il cui crollo ha ulteriormente complicato un quadro già disastroso per chi deve trasportare merci verso sud. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, dopo aver effettuato un sopralluogo a Petacciato, ha tentato di gettare un’ancora di salvezza sulle tempistiche, definendo “ambizioso” l’obiettivo di ricostruire il nuovo manufatto entro l’anno. “Appena verrà dissequestrato – ha dichiarato il ministro rivolgendosi alla stampa locale – i tecnici di Anas sono pronti con il progetto e l’impresa è pronta a partire”. Una promessa che, nelle intenzioni, dovrebbe rappresentare “un bellissimo segnale” di ripartenza, ma che al momento non allevia le difficoltà quotidiane degli autotrasportatori. Loro, nel frattempo, devono fare i conti con deviazioni chilometriche, ore di attesa e un incremento spropositato del carburante consumato inutilmente.

Le ricadute sull’asse adriatico e il costo del caos

L’interruzione contemporanea di tre assi viari (autostrada, statale e ferrovia) ha trasformato la mobilità sull’Adriatica in un’incognita. Non si tratta solo di disagi per i pendolari, ma di una stangata economica che si abbatte sulle imprese di logistica; molte di esse, già piegate dall’impennata dei prezzi dell’energia dovuta alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, rischiano ora di non riuscire a onorare i contratti in scadenza. La Fiap ha sottolineato come l’aumento del 70% dei costi non sia una proiezione statistica, ma una rilevazione concreta raccolta tra gli associati che operano nel cratere del dissesto. In attesa dei risultati definitivi dei sopralluoghi della Protezione Civile, l’unica certezza è che il tempo della ricostruzione – quello geologico, amministrativo e fisico – viaggia a una velocità molto diversa rispetto alle consegne dei tir in partenza dai depositi del Nord.

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